Avanguardismo

s. m. [der. di avanguardia]. – 1. a. Durante il regime fascista, lo spirito di audacia che avrebbe dovuto informare l’educazione della gioventù. b. L’insieme delle organizzazioni giovanili paramilitari fasciste. 2. L’atteggiamento ideologico ed espressivo della cultura artistico-letteraria nei movimenti d’avanguardia. 3. Più in generale, la tendenza ad assumere posizioni e atteggiamenti di avanguardia. (Enciclopedia Treccani)

Già nella definizione della Treccani di questo termine si richiamano i tempi della dittatura fascista, dello spirito di audacia che avevano portato dalle trincee della prima guerra mondiale gli arditi, spirito che sarebbe stato poi sfruttato e incanalato da Mussolini e dal suo movimento nella dittatura ventennale. L’avanguardia in effetti è un concetto militare e nasce dalle formazioni antiche che in battaglia avevano la funzione di affrontare il nemico nelle sue prime posizioni.

Da qui nella retorica politica novecentesca questo termine si è trasferito ad una concettualizzazione dello scontro di classe. Le avanguardie del proletariato, il partito avanguardia della classe operaia, l’avanguardia del corteo nello scontro con la polizia, etc. Se esiste una avanguardia, in politica come nella tattica militare, ovvio che esistano le retroguardie come il corpo centrale di un esercito in battaglia o di un partito nell’agone politico.

Così la cultura gramsciana in Italia ha privilegiato l’idea del bisogno di “casematte” e fortificazioni in una lunga guerra contro il capitalismo. Il Partito comunista, avanguardia e Principe machiavelliano, avrebbe dovuto costruire una serie di fortezze intermedie nella società italiana tali da sconfiggere la borghesia con la forza di un’egemonia insieme culturale e materiale, fatta da intellettuali, case editrici, ma anche da sindacati e associazioni sportive. In questo senso, una volta entrato il PCI nel gioco democratico nel quadro costituzionale, si è preferito demonizzare in concetto di avanguardia nella consapevolezza di quanto fosse lunga la marcia verso la conquista del potere, e quanto fossero pericolosi i gruppi che avessero tentato di forzare lo scontro con un nemico forte, astuto e potente.

La critica per la verità nacque già con la fondazione del PCI, fin dalla svolta di Livorno seguente la rottura nel PSI. Di fronte alle squadracce fasciste e all’alleanza tra il movimento di Mussolini e la borghesia terriera e industriale italiana, il movimento operaio si trovò spiazzato e diviso su come reagire. Se Lenin da Mosca invitava il partito a prendere il potere, i dirigenti socialisti cercarono vie diverse più concilianti con gli altri gruppi non rivoluzionari. Entrambe le vie fallirono, ma ci fu un’esperienza, quella degli Arditi del Popolo, che fu lasciata da sola dai partiti rivoluzionari e riformisti nel fronteggiare le squadracce di Mussolini in un antifascismo di strada che fu bollato come avanguardistico.

Gli Arditi del popolo avevano origine dallo stesso avanguardismo da cui traeva forza il fascismo emergente, quello appunto delle trincee dove i reduci della prima guerra mondiale avevano combattuto insieme e cementato uno spirito comune di solidarietà e di vita. Questo tipo di avanguardia sfuggiva all’idea che i dirigenti dei partiti del movimento operaio avevano della battaglia politica perché si mettevano prima delle scelte dei comitati centrali e non erano controllabili e direzionabili. Non possiamo sapere se gli Arditi del popolo, supportati da tutta la sinistra, avrebbero mai potuto sconfiggere sul campo i fascisti, come fecero a Parma guidati da Argo Secondari. Sicuramente questo allontanamento e questa scomunica non favorì l’antifascismo italiano dell’epoca.

Riformulata la concezione gramsciana nel dopoguerra, sotto la guida di Palmiro Togliatti, dirigente cresciuto sotto l’ala protettiva di Stalin, il PCI aveva la presunzione di essere esso stesso l’unica avanguardia possibile, per cui al di là della costruzione delle casematte e dell’egemonia politica e culturale guidata dal Partito, ogni altra posizione più radicale sarebbe stata bollata come avventurismo, come avanguardismo infantile. Non è un caso se lo stesso Enrico Berlinguer, oggi santificato dalla cultura pop italiana, definisse in malo modo tutti i movimenti rivoluzionari che dal ‘68 al ‘77 hanno animato la società, sfociando anche nella scelta della lotta armata. In particolare tutto il movimento del ‘77 fu bollato dal leader comunista con i termini dispregiativi di “untorelli”, di sfascisti, di provocatori e così via.

Nello stesso tempo, pur distaccandosi dalla burocrazia sovietica e prendendo le distanze dal PCUS, Berlinguer cercava di attuare con il compromesso storico un impossibile accordo con la Democrazia Cristiana, accordo che qualunque avanguardia, dall’autonomia operaia agli indiani metropolitani fino alle Brigate Rosse, non poteva mettere in discussione. Fu proprio il partito armato che con il sequestro Moro fece fallire il progetto del PCI e Berlinguer ripiegò fuori tempo massimo verso un progetto di alternativa che però era chiaramente monco del sostegno del PSI di Craxi, che era già rivolto verso la gestione della crisi postfordista con un progetto neoliberale in economia e reazionario nella gestione sociale (legge Martelli contro la prima immigrazione di massa e Legge Jervolino sulle droghe leggere e la carcerazione dei soggetti emarginati).

Arriviamo così alla lunga fase di sparizione dei bastioni del movimento operaio che dal crollo del Muro di Berlino ad oggi segnano la nuova politica di “fine della storia” e di eternizzazione dello sviluppo capitalistico, sviluppo che comprende crisi, guerre e conflitti senza uno sbocco di un diverso modello di produzione. In questa fase è come se le avanguardie militanti di un tempo fossero state lasciate da sole a fronteggiare il nemico. Girandosi indietro, non ci sono più gli altri reparti dell’esercito, non c’è il corpaccione centrale e non c’è, come diceva il personaggio de Il Portaborse, nemmeno più la retroguardia.

Sono sparite le casematte gramsciane e la battaglia dell’egemonia si è dissolta nel frammento della comunicazione social, gestita da pochi gruppi di multinazionali miliardarie o da stati dittatoriali che la utilizzano per le proprie operazioni speciali di psicologia di massa. Le contestazioni al G8 di Genova ci lasciano questa plastica rappresentazione di una avanguardia di generosə militanti in assedio alla Zona Rossa e di una Polizia che reagisce spietatamente senza freni di nessun genere, come se tutte le conquiste dello Stato democratico borghese, della Costituzione alla cui stesura parteciparono anche i partiti del movimento operaio, fossero sufficienti a fermare i manganelli e le pallottole dei Carabinieri.

Certo, lo Stato italiano è sempre stato pieno di manovre stragiste dall’alto, di servizi più o meno deviati, di carabinieri che sparano sulla folla, ma dietro le avanguardie che fronteggiavano gli scudi della Polizia c’era tutto un mondo che le avrebbe sostenute o, molto più di frequente, tradite. Dopo la Fine della storia, alle avanguardie resta il compito improbo di tenere su uno scontro dall’esito tragicamente scontato e dal finale già scritto: proprio per questo, forse oggi sono più necessarie di ieri. Dietro di loro c’è un tessuto sociale che è sempre più frammentato, manipolabile, assoggettato ai voleri dello Stato-Impresa.

Varrebbe certo la pena voltarsi indietro per vedere che cosa succede dietro le prime linee dello scontro, ma probabilmente il vero segno dei tempi è che se l’avanguardismo una volta si pensava fosse superfluo se non dannoso, oggi è diventato l’unico fattore di resistenza in grado di fronteggiare l’inesorabile catastrofe incombente.