Bellicismo

s. m. [dal fr. bellicisme, der. del lat. bellĭcus «guerresco»]. – Politica di uno stato definita dalla volontà o tendenza a risolvere con la guerra le controversie internazionali, o che comunque si esplica in provvedimenti o decisioni atti a provocare prima o poi la guerra. (Enciclopedia Treccani)

Anche qui la definizione della Treccani è chiarissima, e chiama in causa i responsabili delle guerre, nelle loro manovre preparatorie o nei loro interventi che sono vietati dall’articolo 11 della Costituzione “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Questo articolo ancora oggi viene richiamato nella polemica politica, dopo che la Costituzione è stata praticamente svuotata da ogni suo fondamento materiale praticamente eseguibile. La Costituzione del 1948 nasce come compromesso nello scontro di classe, compromesso scelto per mitigare o rimandare la resa dei conti tra i due blocchi. Oggi lo scontro di classe ormai da decenni ha un vincitore e un vinto, proclamato per KO tecnico, eppure si richiama lo spirito o la lettera della Costituzione a difesa delle proprie tesi politiche.

Qui sulla guerra ci sarebbe ben poco da obiettare. L’Italia veniva da un conflitto distruttivo, che pur tuttavia era servito per far cadere fascismo e monarchia e far approdare a una Repubblica nata grazie al sacrificio delle e dei partigiani, nonché dalla vittoria degli Alleati sul nazifascismo. Per esorcizzare lo spettro di altri conflitti, si pensò dunque a un articolo che tenesse lontano lo stato democratico da ogni tentazione bellica, sia in forma diretta che di intervento esterno per partecipare ad un conflitto esistente. Quando, appena finita la guerra fredda e caduto il Muro, la guerra ha rifatto capolino sullo scenario internazionale, nelle sue nuove forme di guerra asimmetrica o di conflitto etnico, si è discusso sull’attualità e sulla giusta interpretazione dell’articolo 11.

Nel caso della guerra all’Iraq, del conflitto della ex Jugoslavia, dell’intervento NATO in Afghanistan, il mondo pacifista italiano ha messo in campo varie e generose mobilitazioni, richiamando non solo il dettato costituzionale, ma un più profondo sentimento che nasce dalla cultura religiosa (siamo pur sempre in Italia), con Papa Giovanni Paolo II che gridò dal balcone di San Pietro la sua avversione alla guerra, avventura senza ritorno. Altro bastione del pacifismo italiano è stato quello risalente alla cultura del movimento operaio, che pure si è diviso già dalla Prima guerra mondiale sui crediti di guerra e sulla partecipazione ai conflitti allargati.

Nel corso dei decenni, con la consapevolezza della catastrofe che può seguire ad un conflitto globale e all’uso dell’arma atomica, si è arrivati così al radicamento di un’avversione alla guerra diffusa tra partiti, sindacati, associazioni e mondo comune della sinistra. Gli eredi dei “partigiani della pace” del PCI che fiancheggiavano l’URSS e le sue campagne durante la guerra fredda, sono entrati nel nuovo millennio con la loro innata avversione agli Stati Uniti d’America e le loro guerre imperialiste, come in Vietnam. Il filo rosso è stato agevolato dal fatto che gli USA dagli anni ‘90 hanno proseguito le loro avventure belliche inaugurando la stagione del Poliziotto del Mondo, della guerra al terrorismo, nel nuovo scontro di civiltà dell’esportazione della democrazia.

Tutti questi anni hanno segnato una continuità teoria, storia e militante tra il vecchio e il nuovo pacifismo. La catastrofe però era alle porte, perché nel nuovo scenario globale altri attori stavano covando le loro imprese imperialiste e guerrafondaie, forgiando nel sangue le loro economie in sviluppo. Prima in Cecenia, poi in Siria e quindi in Ucraina, lo stato capitalista-mafioso russo ha compiuto una serie inenarrabile di violenze, crimini di guerra, stragi di civili e di conquiste di territori. La reazione del vecchio mondo pacifista è stata prima lenta nel capire cosa stesse succedendo, poi completamente deragliata in modo surreale, scambiando aggredito ed aggressore.

Una delle dittature più brutali e oppressive della storia, la Siria di Assad, inferiore di grado forse solo alla Corea del Nord, mentre bombardava la sua popolazione radendo al suolo interi palazzoni di grandi città, usando anche le armi chimiche del Gas Sarin, godeva del sostegno occidentale a sinistra perché schierata nel campo avverso agli USA. Così in Inghilterra la Coalizione “No War” alzava in piazza i cartelli con su scritto Giù le mani dalla Siria, rivolti all’imperialismo americano, mentre nei sobborghi di Damasco il clan alawita al potere gasava bambini col Sarin.

Così si è arrivati al momento in cui la Russia ha condotto per anni una offensiva di guerra ibrida in Occidente, condizionando l’opinione pubblica con strutture ben organizzate di data center, troll factory, spionaggio, corruzione di attori politici e giornalisti, creazione di blog, di partiti, etc. Quando il Cremlino ha deciso di invadere uno stato democratico che, se la cartina geografica non è un’opinione, fa parte dell’Europa, la sinistra occidentale (in particolare quella italiana) ripeteva a pappagallo tutte le fake news della Russia.

Per questo tutta la rete di disinformazione che la Russia aveva propagato nel periodo Covid a favore dei No Vax si è immediatamente trasformata in un piccolo esercito che urlava a gran voce le post-verità di guerra, con l’invenzione dei nazisti ucraini e la negazione delle stragi sui civili come a Bucha. Dopo anni di conflitto, dopo decenni di guerra ibrida russa e di operazioni di propaganda psicologica, esponenti del centro sinistra ripetono che non c’è nessun pericolo russo “in Europa”, derubricando forse l’Ucraina nel continente asiatico o in una Atlantide dei cattivi, nemici del Cremlino.

A questo scenario demenziale si è unita tutta l’estrema sinistra italiana, dai comunisti ortodossi agli anarco-insurrezionalisti. Dicono che non esiste nessuna resistenza in Ucraina all’invasione russa, e se esiste non è legittima, per questo o quell’altro motivo, per il tale libro di tale esponente con la barba vissuto a fine ‘800 che disse la tale cosa sulla guerra imperialista. E arriviamo così alla totale distorsione del concetto di bellicismo. Bellicista non è lo stato russo che da decenni si infiltra in popolazioni ritenute nemiche e fa stragi quotidiane sul campo, contro ogni convenzione o trattato internazionale. Belliciste sono le persone che resistono a stupri, bombardamenti, colonizzazione, rapimenti di bambini e altri crimini indicibili. Siamo ad un punto che con uno scatto di orgoglio possiamo e forse dobbiamo rivendicare questo orribile termine, quindi sì, il bellicismo è un male necessario, è una strategia di sopravvivenza.