Centrismo
“Il centrismo è una nozione politica. La sua ideologia è l’ideologia dell’adattamento, l’ideologia della sottomissione degli interessi del proletariato agli interessi della piccola borghesia, in seno ad un unico partito comune. Questa ideologia è estranea e contraria al leninismo.” (Stalin, «Le questioni del leninismo», pag. 379, 9ª ed. russa).
Qui, come si conviene dalla citazione iniziale, non parlo di Renzi o del centro cristiano democratico CCD-CDU di Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione. Centrista è l’epiteto che univa Stalin e Trotzki, le cui correnti politiche postume se lo sono pure rinfacciato nell’occasione. Se per Stalin il centrismo era una subdola via di mezzo tra il campo proletario e quello borghese, definito nell’unione asservita dei proletari con i piccolo borghesi (figura quest’ultima piuttosto sfuggente), per il trotzkismo i centristi sono coloro che si collocano in una via mediana tra riforme e rivoluzione, tra partiti riformisti e partiti rivoluzionari.
Così la figura del centrista aleggia per tutto il Novecento come agente del nemico, come infiltrato tra le fila compatte della classe, come apologeta di un impossibile conciliazione tra due opposti irriducibili, peggio ancora, come colui che vuole spostare tutta la parte proletaria e traghettarla verso la fila del nemico. Mentre Stalin, Trotzki e i loro epigono si dilettavano in questa ed altre caccia alle streghe (i primi, c’è da dirlo con molto più successo dei secondi, che compaiono tra le loro vittime) il primo operaismo già negli anni’60 denunciava lo slittamento di tutto il movimento operaio e delle sue organizzazioni nel campo dello sviluppo del capitale, agganciato ai suoi meccanismi e dispositivi di ineluttabile forza centripeta.
Così abbiamo avuto il Capitalismo di Stato in quello che veniva all’inizio definito come Stato operaio degenerato, perché la potenza operaia non aveva espresso nulla se non delle feroci lotte interne al capitalismo, che potevano condizionare sì lo sviluppo delle macchine e dei metodi di produzioni nella fabbrica, ma non costituivano nessuna alternativa di società: tanto è vero che l’Unione Sovietica amplificava i tratti più brutali e arcaici del capitalismo nei suoi meccanismi di comando dispotico, burocratico e basato su deportazioni, epurazioni di massa.
Poiché non è mai esistito un binomio irriducibile tra due modelli alternativi, non è mai esistito un vero e proprio centrismo nel seno del movimento operaio mondiale. I centristi sopravvissuti sono arrivati dopo il crollo del Muro ad avere un maggiore rapporto con i movimenti sociali rispetto alle stolide organizzazioni politiche del comunismo burocratico. Per questo motivo, con una maggiore aderenza alla realtà, e ad una minore inclinazione verso il conservatorismo stolido e inerte nel leggere le nuove identità di genere o di forme di vita stessa.
Se il partito riformista è diventato un partito conservatore propriamente inserito nelle dinamiche di governo della postmodernità capitalistica, il partito rivoluzionario resta incagliato nelle pesanti ortodossie esposte dalla sua lingua di legno, incapaci di leggere i movimenti sotterranei di composizione e ricomposizione dei mille soggetti sfruttati, per cui impossibilitato a rivoluzionare un granché. Il centrista guarda questa terra di nessuno nella quale è finitә e si chiede che fine abbiano fatto le riforme e la rivoluzione, per cui si aggancia disperatamente a quei soggetti reali che hanno portato avanti da soli le lotte, in assenza di riforme e di rivoluzione.
Certo il centrista può essere richiamato in ogni momento dal fantasma del passato, dalla lingua di legno delle analisi della fabbrica del 1920 o della struttura teorica che riflette i movimenti del pensiero di un ricco signore tedesco del 1800 che scrive dei libri a lume di candela prima di andare presso la sua chiesa luterana. Se guarda invece alle persone reali in carne e ossa può detournare parole quali democrazia, partecipazione, conflitto, senza lasciarsi ingarbugliare dall’agenda del capitale.
Oppure si possono immaginare mille centrismi tra posizioni immaginate contrapposte: tra un rifiuto tout court della scienza e una sua adesione fideistica, tra la lotta armata e la nonviolenza radicale, tra l’adesione a un progetto collettivo e un percorso solitario, etc etc. Il centrista raccoglie le macerie delle grandi narrazioni scomparse fino a costruire mille centrismi che possano ridefinire un’idea di rivoluzione adeguata ai tempi.