Democraticismo
“dal punto di vista borghese volgare il concetto di dittatura e il concetto di democrazia si escludono l’un l’altro. Non comprendendo la teoria della lotta di classe, assuefatto a vedere sulla scena della lotta politica le meschine baruffe dei diversi gruppi […] della borghesia, il borghese per dittatura intende l’assenza di ogni libertà e di ogni garanzia democratica, l’arbitrio generalizzato, l’abuso generalizzato del potere nell’interesse personale del dittatore” Lenin, Per la storia della questione della dittatura, pp. 469-70.
Il marxismo resta una teoria incompiuta della politica poiché Marx non fece mai una spiegazione teorica dei meccanismi di estinzione dello Stato che sarebbero dovuti seguire alla fase della dittatura del proletariato. Nel suo ingegnoso sistema, che si basava su assunti filosofici di tipo deterministico con un concentrato di elementi filosofici e scientifici, bastava creare l’illusione di un movimento storico prestabilito, il cui destino segnava ineluttabile, con tutti gli ingranaggi al loro posto: lotta di classe, trasformazione dei sistemi produttivi antichi ed obsoleti con il capitalismo, superamento del capitalismo e trionfo del socialismo.
La frase simbolo di questo teorema resta quella del comunismo come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente: una frase che non vuol dire assolutamente nulla. Fu necessario l’intervento di Lenin per sistematizzare l’intervento di governo del marxismo post vittoria della rivoluzione, ma sappiamo bene come sia andata a finire, con la creazione di uno stato ancora più dispotico di quelli che si erano visti fino a quel momento, oltre che con la restaurazione finale nel 1989 del capitalismo nella sua variante più delinquenziale oligarchico-mafiosa. Sfuggiva in effetti all’inizio ai più, nel movimento operaio, (perché i marxisti erano una esigua minoranza ritenuta conservatrice) come fosse possibile fare il salto da una dittatura ferrea all’assenza di dominio statale.
Tutte le teorie leniniste, basate sulla differenza qualitativa tra un governo operaio, anche se dispotico, rispetto ad una democrazia anche liberale ed aperta, si reggevano su assunti economicistici (la lotta di classe) che non hanno trovato riscontro nella realtà dei fatti. La classe operaia, guidata dai suoi apparati tecnocratici della burocrazia di partito, è risultata essere incapace di proporre un modello produttivo funzionante su larga scala che non fosse basato sulla gestione di impresa, che risultava essere più efficiente sotto il comando delle borghesie al potere negli stati capitalistici. Non aiutavano certo gli assunti metafisici marxiani che vedevano lo sviluppo del capitalismo come un tratto evolutivo lineare di un progresso dell’umanità.
Come Hegel aveva inteso lo sviluppo del pensiero dell’intellettuale borghese un mero riflesso del processo dialettico in atto nella storia, così Marx, rileggendo la dialettica nel materialismo storicistico, aveva trasformato questa perversa fantasia in un meccanismo economico necessario, a cui servivano ben poco inutili orpelli democratici come la separazione dei poteri e la limitazione della concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, del ruolo della polizia, etc. Nella citazione iniziale di questo paragrafo, abbiamo letto tutto il disprezzo di Lenin per la democrazia come alternativa alla dittatura: solo un borghese volgare può immaginare una rozzezza del genere. Tale concezione portò ad altri frutti avvelenati, che dopo Lenin avrebbero tormentato il mondo grazie all’avvento di Stalin.
Primo fra tutti, la nefasta teoria del social-fascismo. Di fronte all’avvento dei regimi totalitari, che dal fascismo italiano stavano esondando fino a portare Hitler al potere in Germania, le direttive del Comintern decisero che i partiti comunisti europei avrebbero dovuto individuare come primi nemici i partiti socialdemocratici, perché essi avevano tarpato le ali alla rivoluzione in Occidente. Per quanto furono certo gli sgherri di Noske a reprimere l’insurrezione spartachista, le teorie di Lenin e le direttive di Stalin concepirono il nazismo come un mero epifenomeno del dominio borghese. Fu solo la tragedia della seconda guerra mondiale, con i campi di sterminio, l’Olocausto, la bomba atomica etc a portare il conto salatissimo. Questo abbaglio degli anni trenta fu sancito definitivamente nel patto Ribbentrop-Molotov, che con la spartizione della Polonia aprì le danze al secondo conflitto globale.
Certo, le democrazie borghesi erano anche le manifestazioni politiche di una classe che aveva sviluppato il colonialismo in mezzo mondo, e nessuno vuole difenderle a posteriori. Sicuramente, però, metterle addirittura alla pari o sottostanti al nazismo, resta un vezzo intellettuale, nonché un abbaglio dalle conseguenze devastanti. Abbiamo visto lo stesso processo negli anni più recenti, quando di fronte all’ascesa di Donald Trump in America, gran parte delle sinistre occidentali, impegnate nella polemica contro i democratici americani, non seppero cogliere il cambio di passo dell’avvento del fascismo MAGA, arrivato al potere in combutta con il regime oligarchico russo.
Di nuovo, la sopravvalutazione di processi economicistici tutti da dimostrare, la sottovalutazione della difesa che in alcuni casi le leggi democratiche possono determinare letteralmente la vita o la morte di una persona, di un’attivista per i diritti umani, per un sindacalista etc.; il voler flirtare con alcune tesi delle destre (la critica alla cultura woke e al pensiero ‘no border’ sono diventati degli assunti comuni tra estrema destra e sinistra).
Di nuovo, ci si è opposti al fascismo solo quando è arrivato al potere, perché prima si ciarlava con fare guascone della equivalenza tra destra e sinistra borghese, per poi raccogliere i morti sulle strade della polizia ICE e vedere i cortei per la Remigrazione. Insomma, la critica al democraticismo è spesso venata di un nichilismo che non considera con realismo e rigore le decise sfumature tra un regime e l’altro. Sia pure un regime oppressivo come quello delle democrazie odierne, il cui grado diventa sempre più formale, si differenzia dal fascismo al potere o in ascesa. Fermare il secondo non vuol certo dire fare sconti alle prime, lasciandosi irretire dai meccanismi di polizia (sempre meno) soft o da dispositivi di recupero.
Significa però non fare sconti a una retorica che non riesce a cogliere il pericolo della crescita delle destre, forse perché pensa che il Risiko globale ci porterà vantaggi nella vittoria di una lontana teocrazia di tagliagole solo perché opposta all’Occidente. Il proliferare oggi a sinistra della geopolitica, una pseudoscienza che ha un chiaro imprinting di destra, ci fa essere ciechi e inermi sulla pericolosità (anche per le nostre stesse realtà in cui viviamo) di fascismi esotici che si ammantano spesso di paccottiglia socialisteggiante.
Ma proprio noi in Italia, noi che abbiamo avuto un Duce già direttore del giornale del partito socialista, dovremmo cogliere questa pericolosa coincidenza. Per cui sì, possiamo dire senza vergogna che può essere meglio un corrotto democraticismo oggi che una fanatica dittatura di mafiosi o di militari domani. Meglio una separazione della carriere dei magistrati che il populismo televisivo che spiattella le indagini che trapelano dalla procure. Meglio avere la possibilità di difendersi in un tribunale che essere svegliati nel cuore della notte e fatti sparire come in Argentina negli anni ‘70 o nell’Egitto di oggi. Discorso magari poco affascinante, ma che presenta comunque il conto, quando la durezza dei fatti si palesa inesorabile.