Deviazionismo
s. m. [der. di deviazione]. – Tendenza a deviare, e il fatto stesso di deviare, spec. dai principî ideologici e dalla linea di condotta politica di un partito (soprattutto di partiti comunisti): accusare, essere sospettato di deviazionismo. (Enciclopedia Treccani)
Se rileggiamo la storia del Novecento e le grandi figure di eretici che compaiono nei processi staliniani, nelle epurazioni del partito comunista, nella messa all’indice delle persone reprobe e deviazioniste dalla sua linea, troviamo forse la migliore linfa vitale e intellettuale del “secolo breve”. Mentre artisti del calibro di Guttuso o Picasso non avevano problemi ad aderire a un partito che aveva fatto o giustificato milioni di carcerazioni o esecuzioni sommarie, che aveva aperto la strada al nazismo, che perseguiva tutte le nuove correnti più libertarie di espressione, altre personalità si opposero all’egemonia culturale sovietica, pagando di persona le scelte. In Italia possiamo pensare a Pierpaolo Pasolini espulso dal PCI per indegnità morale, ai gruppi che uscirono dopo l’invasione dell’Ungheria o che confermarono le proprie convinzioni antistaliniste come Franco Fortini.
Fuori dalla linea, in deviazione ad essa sono sorti mille rivoli che oggi sono molto più attuali di chi volle costringere e incasellare la propria riflessione o espressione artistica in un quadro ben predefinito e delimitato dal burocrate di turno a Botteghe Oscure o al Cremlino. Seguire la linea del partito ha portato ad esiti estremi, che i fondatori del Pcd’I a Livorno non avrebbero mai potuto immaginare. Già negli anni venti iniziano le prime purghe, tutta la generazione di rivoluzionari che avevano seguito Lenin viene fatta fuori, prima che la paranoia staliniana non esondasse su tutto ciò che non poteva controllare, nel suo delirio di onnipotenza e di sospetto.
Poco conosciuta è la storia, per certi versi paradigmatica, di Edmondo Peluso, ucciso a Krasnojarsk, in Siberia, il 19 febbraio 1942. Un colpo di pistola alla tempia pose fine alla sua vita di rivoluzionario nato a Napoli nel 1882: fu uno dei fondatori del Pci, un libertario e giramondo, compagno degli spartachisti in Germania nel 1918, delegato a Mosca assieme a Bordiga nel IV Congresso dell’Internazionale, poi corrispondente per l’Unità e quindi trasferitosi in URSS, dove viene infine arrestato nel mezzo delle purghe staliniane del 1938. Rinchiuso nel gulag staliniano, secondo un dossier ritrovato negli archivi di Mosca dopo la caduta dell’Urss, nel giugno del 1941 Peluso pronuncia queste parole ad un suo compagno di detenzione:
«Io che sono stato fino a poco tempo fa nemico del fascismo, non desidero più essere cittadino dell’Urss. Non mi rimane più niente da fare in Urss. Il cosiddetto comunismo e socialismo di Stalin boicottano tutti i partiti socialisti e i partiti comunisti, una volta fratelli. In Urss non c’è alcun socialismo, ma esistono degli esperimenti folli, che sbalordiscono tutto il mondo, su un popolo che ha perso il buon senso. Questo non appare vicino nel suo risultato finale al socialismo, bensì ad un rozzo dispotismo, che può fiorire soltanto nelle condizioni della dittatura più crudele. In una situazione imperialistica come noi oggi possiamo osservare, il socialismo, questo bellissimo e seducente fenomeno politico, che da migliaia di anni vive nei sogni più rosei dell’umanità, è presentato al mondo nel modo più deturpato dai dirigenti del partito dell’Urss. Il popolo sovietico è circondato da un mare di lacrime, di dolori, di privazioni, da file interminabili per il pane, questo prodotto principale dell’alimentazione, file per un metro di stoffa per coprire la sua nudità, e da una fatica veramente da galera, un vero pesante lavoro forzato. Insomma su tutti costoro grava il marchio della burocrazia che li opprime appiattendoli tutti allo stesso livello. Tutti i giornali riguardo al contenuto, e non parlo già di indirizzo politico, sono simili l’uno all’altro come due gocce d’acqua. La gente in Urss pensa come le viene ordinato. Il socialismo in Urss rappresenta il trono dell’Nkvd, un trono lordato dal sangue degli uomini migliori. Ma io vi dico che questo potere si regge sulle baionette, sulle camere di tortura, sulle repressioni e questo potere, che mantiene il popolo con razioni da fame, non può essere durevole, sarà sufficiente una sola debole spinta perché questo potere si riduca in polvere. Non appena avrò la possibilità di lasciare il villaggio di Suchobusimo, aprirò gli occhi ai miei compagni»[D.Gnocchi, Odissea rossa. Storia di un fondatore del Pci, Einaudi, 2001, pag. 225].
Ci vollero altri quarant’anni perché nel 1981 Enrico Berlinguer, dopo la presa del potere in Polonia da parte del generale Jaruzelski, parlasse di esaurimento della spinta propulsiva nata dalla rivoluzione d’Ottobre:
“Quello che mi pare si possa dire in linea generale – forse su questo tema potremo tornare – è che ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune società, che si sono create nell'est europeo, è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d'inizio nella rivoluzione socialista d'ottobre, il più grande evento rivoluzionario della nostra epoca, e che ha dato luogo poi a una serie di eventi e di lotte per l'emancipazione nonché a una serie di conquiste”. (Dalla conferenza stampa televisiva del 15 dicembre 1981, https://www.sitocomunista.it/pci/documenti/berlinguer/spintapropulsiva.htm).
La distanza di decenni tra un evento e l’altro misura l’incredibile iato tra il percorso e la riflessione su una esperienza che aveva sconvolto il mondo e la presa in carico di quelle che difficilmente una persona informata e in buona fede poteva derubricare come mere storture o fortuite distorsioni. I dirigenti del PCI non potevano non sapere, potevano solo giustificare e auto convincersi che valesse la pena restare in quell’orbita perché c’era un processo più grande che avrebbe redento nella sua laica provvidenza tutti gli errori, le epurazioni, le eliminazioni fisiche etc.
Così come la Chiesa Cattolica poteva rinnovare la fede dei suoi elementi più consapevoli e ardenti pure dopo il rogo di Giordano Bruno, dopo la Santa Inquisizione, dopo il sostegno a tutti i regimi politici più violenti, così gli esponenti comunisti potevano inserire il loro lavoro di militanti rivoluzionari di professione in una teleologia auto assolutoria. Le parole dal lager di Peluso, così secche, vere, dirette e implacabili, si distaccano dai ghirigori diplomatici di Berlinguer, che doveva per forza usare delle espressioni fantasmagoriche e immaginifiche per rendere conto di un’inerzia insopportabile.
La coscienza morale di una persona viene posta di fronte a vari fatti dirimenti e deve prendere delle decisioni, Berlinguer stiracchiò la propria acutezza e dirittura di uomo amante della giustizia sacrificando il rispetto sacro che si deve di fronte a delle persone militanti eliminate fisicamente per il loro ideale. Le parole di Peluso sono attualissime, tragiche e illuminanti, perché ci parlano di un ideale di uguaglianza che ha attraversato i secoli e che si è rovesciato in una dittatura rozza e opprimente: non di meno, il rivoluzionario italiano credeva che la ferocia di quella dittatura sarebbe potuta essere sconfitta. Questa è la bellezza più pura del suo messaggio, che attraversa il tempo e lo spazio: anche il potere più oppressivo può essere sconfitto, perché “sarà sufficiente una sola debole spinta perché questo potere si riduca in polvere”. Il deviazionismo è dirittura morale, immaginazione sovversiva, creazione di mondi nuovi.