<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/">
  <channel>
    <title>dizionario</title>
    <link>https://paper.wf/dizionario/</link>
    <description>dizionario breve di deviazionismo politico</description>
    <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 17:18:59 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>Woke</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/woke</link>
      <description>&lt;![CDATA[Woke&#xA;&#xA;agg. Detto di chi si sente consapevole dell’ingiustizia rappresentata da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualunque manifestazione di discriminazione verso i meno protetti; usato anche come s. f. e m. inv. | (iron.) Persona che, esibendo il proprio orientamento politico progressista o anticonformista, ha un atteggiamento rigido o sprezzante verso chi non condivide le sue idee. (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;La cultura woke è stata molto criticata anche a sinistra.  Le sinistre liberali hanno messo in discussione la formulazione vittimistica di minoranze politicizzate e orgogliose della propria identità: queste minoranze fastidiose mettevano in discussione i contenuti tradizionali e i ruoli di genere al riparo dei quali tutta l’èlite di giornalisti, baroni universitari e politici si è comodamente seduta. Del woke da queste sponde si attacca il linguaggio inclusivo ritenuto non canonico, idealizzando una lingua immutabile e nobile che non esiste nella realtà. La critica si estende al riconoscimento nelle università e nei luoghi di lavoro di identità che un tempo erano oggetto di bullismo e oggi si pensa abbiano assunto troppa centralità nel discorso pubblico, che dovrebbe proseguire immutato nei soliti tristi binarismi di genere.&#xA;&#xA; Anche le sinistre rivoluzionarie attaccano pesantemente l’immaginario woke, ritenuto figlio di un pensiero debole, sovrastrutturale, incapace di affrontare i temi veri dello sfruttamento salariale, del conflitto di classe, della rovina della civilizzazione industriale tecnoscientifica etc. È molto istruttiva a riguardo, la ripresa da parte di alcuni gruppi anarchici di una parabola di Theodore W. Kaczynski. Noto al grande pubblico come Unabomber, Kaczynsky scrisse un breve racconto intitolato “La nave dei folli”, (https://www.finimondo.org/library/la-nave-dei-folli-589)  racconto nel quale si mettono in discussione tutte le priorità dei movimenti, ritenute secondarie rispetto alla deriva della società industrializzata. &#xA;&#xA;Se la nave è diretta verso l’abisso, questa è la metafora di Unabomber, è inutile e dannoso interessarsi di buoni pasti durante il viaggio, del fatto che non si trattino male gli animali presenti nella imbarcazione, e così via. Tutte queste cose distraggono dal vero obiettivo, che è quello di invertire la rotta, tornano alla società pre industriale agognata da Ted Kaczynski. Questo racconto esprime molto bene la contrarietà di alcuni gruppi rivoluzionari alle pratiche intersezionali, proprie dei movimenti transfemministi, di contrasto del sistema patriarcale e capitalista di dominio in ogni sua sfaccettatura. Anche qui, come nella cultura della totalità hegelo marxista, viene criticata ogni deviazione dall’obiettivo finalistico, quello del rovesciamento del modo di produzione della società borghese. &#xA;&#xA;Unabomber non ha certo a cuore le fabbriche come i marxisti, ma l’idea è la stessa: preoccupatevi delle cose serie e non delle fregnacce come il gender, l’ambientalismo, il linguaggio politicamente corretto e così via. Questa impostazione ha portato ad altre derive ancora più gravi, di attacco diretto alla separazione tra sesso e genere, virando su un immaginario transfobico, oltre che tecnofobo. È importante leggere i frammenti per quello che sono, pezzi di realtà, e non parti di un Tutto chiuso e inalterabile, a cui si dà nome di Modo di Produzione, Natura, Vita umana, etc. Il dominio si diffonde su una scala piuttosto diversificata di dispositivi e coinvolge determinate questioni: linguaggio, modifica dei corpi, estensione delle proprie capacità di intervenire nella vita quotidiana. &#xA;&#xA;Se la nave dei folli venisse guidata da un gruppo di preti impazziti che buttassero a mare tutte le donne presenti sull’imbarcazione, avremmo comunque lo stesso esito disastroso, anche prima del naufragio sugli scogli del progresso, per restare nella metafora di Unabomber. Vale la pena occuparsi della realtà delle passioni e dei desideri di liberazione di tuttә, senza lasciarsi irretire dai fantasmi della dialettica o della essenzializzazione di alcuni tratti della vita sulla terra e delle singolarità che la abitano. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Woke</p>

<p>agg. Detto di chi si sente consapevole dell’ingiustizia rappresentata da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualunque manifestazione di discriminazione verso i meno protetti; usato anche come s. f. e m. inv. | (iron.) Persona che, esibendo il proprio orientamento politico progressista o anticonformista, ha un atteggiamento rigido o sprezzante verso chi non condivide le sue idee. (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>La cultura woke è stata molto criticata anche a sinistra.  Le sinistre liberali hanno messo in discussione la formulazione vittimistica di minoranze politicizzate e orgogliose della propria identità: queste minoranze fastidiose mettevano in discussione i contenuti tradizionali e i ruoli di genere al riparo dei quali tutta l’èlite di giornalisti, baroni universitari e politici si è comodamente seduta. Del woke da queste sponde si attacca il linguaggio inclusivo ritenuto non canonico, idealizzando una lingua immutabile e nobile che non esiste nella realtà. La critica si estende al riconoscimento nelle università e nei luoghi di lavoro di identità che un tempo erano oggetto di bullismo e oggi si pensa abbiano assunto troppa centralità nel discorso pubblico, che dovrebbe proseguire immutato nei soliti tristi binarismi di genere.</p>

<p> Anche le sinistre rivoluzionarie attaccano pesantemente l’immaginario woke, ritenuto figlio di un pensiero debole, sovrastrutturale, incapace di affrontare i temi veri dello sfruttamento salariale, del conflitto di classe, della rovina della civilizzazione industriale tecnoscientifica etc. È molto istruttiva a riguardo, la ripresa da parte di alcuni gruppi anarchici di una parabola di Theodore W. Kaczynski. Noto al grande pubblico come Unabomber, Kaczynsky scrisse un breve racconto intitolato “La nave dei folli”, (<a href="https://www.finimondo.org/library/la-nave-dei-folli-589" rel="nofollow">https://www.finimondo.org/library/la-nave-dei-folli-589</a>)  racconto nel quale si mettono in discussione tutte le priorità dei movimenti, ritenute secondarie rispetto alla deriva della società industrializzata.</p>

<p>Se la nave è diretta verso l’abisso, questa è la metafora di Unabomber, è inutile e dannoso interessarsi di buoni pasti durante il viaggio, del fatto che non si trattino male gli animali presenti nella imbarcazione, e così via. Tutte queste cose distraggono dal vero obiettivo, che è quello di invertire la rotta, tornano alla società pre industriale agognata da Ted Kaczynski. Questo racconto esprime molto bene la contrarietà di alcuni gruppi rivoluzionari alle pratiche intersezionali, proprie dei movimenti transfemministi, di contrasto del sistema patriarcale e capitalista di dominio in ogni sua sfaccettatura. Anche qui, come nella cultura della totalità hegelo marxista, viene criticata ogni deviazione dall’obiettivo finalistico, quello del rovesciamento del modo di produzione della società borghese.</p>

<p>Unabomber non ha certo a cuore le fabbriche come i marxisti, ma l’idea è la stessa: preoccupatevi delle cose serie e non delle fregnacce come il gender, l’ambientalismo, il linguaggio politicamente corretto e così via. Questa impostazione ha portato ad altre derive ancora più gravi, di attacco diretto alla separazione tra sesso e genere, virando su un immaginario transfobico, oltre che tecnofobo. È importante leggere i frammenti per quello che sono, pezzi di realtà, e non parti di un Tutto chiuso e inalterabile, a cui si dà nome di Modo di Produzione, Natura, Vita umana, etc. Il dominio si diffonde su una scala piuttosto diversificata di dispositivi e coinvolge determinate questioni: linguaggio, modifica dei corpi, estensione delle proprie capacità di intervenire nella vita quotidiana.</p>

<p>Se la nave dei folli venisse guidata da un gruppo di preti impazziti che buttassero a mare tutte le donne presenti sull’imbarcazione, avremmo comunque lo stesso esito disastroso, anche prima del naufragio sugli scogli del progresso, per restare nella metafora di Unabomber. Vale la pena occuparsi della realtà delle passioni e dei desideri di liberazione di tuttә, senza lasciarsi irretire dai fantasmi della dialettica o della essenzializzazione di alcuni tratti della vita sulla terra e delle singolarità che la abitano.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/woke</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:20:51 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Spontaneismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/spontaneismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Spontaneismo &#xA;&#xA;s. m. [der. di spontaneo]. – Propr., carattere di ciò che è spontaneo. In partic., nel linguaggio politico e sindacale del primo Novecento, la concezione e la prassi rivoluzionaria che afferma la priorità delle forme di lotta emergenti spontaneamente dalle masse rispetto alle direttive dei partiti e dei sindacati, ritenuti incapaci, in quanto organizzazioni burocratiche e centralizzate, di interpretare e dirigere efficacemente le spinte provenienti dalle classi lavoratrici e popolari; originariamente usato in senso polemico da Lenin per indicare una corrente del partito socialdemocratico russo, dopo la rivoluzione d’ottobre il termine è stato riferito a formazioni e movimenti che, partendo da varie posizioni ideologiche, hanno inteso contrapporsi al processo di istituzionalizzazione e burocratizzazione sia dei partiti comunisti del blocco sovietico sia, spec. a partire dagli anni Sessanta, di quelli europei: lo s. dei gruppi socialdemocratici russi del primo Novecento; la condanna leninista dello s.; lo s. dei movimenti studenteschi del 1968, di alcune formazioni della sinistra extraparlamentare. (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;Il fantasma dello spontaneismo ha aleggiato per tutta la durata del conflitto messo in campo dal movimento operaio tramite le sue organizzazioni di vario tipo. La critica a una organizzazione rivoluzionaria non strutturata, episodica, si è basata su una idea non sempre resa esplicita: la conformazione del partito in aderenza mimetica alla forma di produzione egemone nella specifica fase storica. Più chiaramente: se la grande fabbrica della produzione fordista diventa il centro dello sviluppo del capitalismo, allora il partito comunista sarà l’immagine rovesciata della fabbrica, con i suoi dirigenti, i suoi quadri, i suoi militanti-operai da cui estrarre plusvalore politico. Ci sarà un brand, un programma di sviluppo, una serie di piani di produzione e di vendita per il consenso delle masse. &#xA;&#xA;Nella fase successiva all’espansione massima del capitalismo keynesiano, quella della creazione della produzione just in time, del toyotismo, della fabbrica senza accumulo di scorte, arriva la crisi del partito che si era mimetizzato nel suo avversario-modello. Nascono anche delle teorizzazioni su come avrebbe dovuto adeguarsi la prassi politica antagonista in questa fase segnata dalla nascita dei network e dalla produzione reticolare, dall’importanza dei flussi e dei simboli nell’accumulazione di capitale. Si è dunque immaginato un modello di rete antagonista diffusa sui territori, di autonomia molecolare, e così via. &#xA;&#xA;Tutte queste esperienze hanno avuto pregi e difetti, ma si sono confrontate con l’accusa di spontaneismo da parte di chi pensava che l’organizzazione politica dovesse essere portata avanti ancora mediante il precedente mimetismo dell’era della grande fabbrica. Tutti i naturali insuccessi dello scontro politico nella fase della globalizzazione, dal periodo di Seattle 1999 ai controvertici al periodo no global, sono stati giustificati dall’assenza della vecchia strutturazione capillare e verticistica, criticando come spontaneisti i movimenti di contestazione, incapaci di reggere lo scontro con il moloch capitalista. Si è riproposto su basi nuove tutto l’armamentario polemico che già Lenin aveva immaginato nel periodo di formazione del partito bolscevico, succeduto dalla critica al sindacalismo rivoluzionario e alle organizzazioni informali.&#xA;&#xA; Che cosa resta oggi dello spontaneismo quando la fragilità dei movimenti e la difficoltà di tenuta delle persone militanti di fronte alla repressione richiama un plus di organizzazione e di progettualità collettiva? Come si diceva, lo spontaneismo novecentesco si è ibridato con le nuove formazioni politiche del nuovo millennio, rinascendo come alter-ego della fabbrica diffusa reticolare. Questo isomorfismo ha avuto grandi limiti perché si basava sullo stesso dispositivo meccanicista della supremazia del momento economico, a cui tutte le varie peculiarità devono essere sottomesse e orientate. Lo spontaneismo deve essere oggi sganciato totalmente da questo dominio del pensiero dell’homo oeconomicus, della funzione dominante e totalizzante che fa del mondo un lago da cui estrarre in maniera indifferenziata del plusvalore per reggere alle crisi determinate dalla concorrenza. &#xA;&#xA;Gli e le zapatiste hanno lanciato una visione alternativa di modello organizzativo che recuperasse tradizioni ancestrali, situate in percorsi lenti di crescita, sfuggenti allo scontro diretto, plurali, sotto lo slogan per un mondo che contenga molti mondi. Il subcomandante Marcos si toglieva i passamontagna fino a mostrare che sotto non c’era più nulla, nessuna figura di leader indiscutibile che avrebbe dato ordini, che sarebbero saliti invece da un processo comunitario di elaborazione dal basso. Tutta la storia del movimento zapatista è stata aspramente criticata per aver derubricato la presa del potere, ma ha messo in luce dei fattori di emancipazione che erano restati ai margini nel discorso occidentale. Grazie alla generosità di questo percorso, così come in parallelo possiamo dire parimenti della esperienza delle donne curde, si sono poste le basi di nuove idee e pratiche di liberazione che possano parlare al futuro.&#xA;&#xA; Spontaneismo può essere dunque immaginazione, riscoperta del passato, tensione al futuro togliendo i pesi dell’ortodossia del passato. Nuove avventure aspettano nuovi mondi da attraversare.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Spontaneismo</p>

<p>s. m. [der. di spontaneo]. – Propr., carattere di ciò che è spontaneo. In partic., nel linguaggio politico e sindacale del primo Novecento, la concezione e la prassi rivoluzionaria che afferma la priorità delle forme di lotta emergenti spontaneamente dalle masse rispetto alle direttive dei partiti e dei sindacati, ritenuti incapaci, in quanto organizzazioni burocratiche e centralizzate, di interpretare e dirigere efficacemente le spinte provenienti dalle classi lavoratrici e popolari; originariamente usato in senso polemico da Lenin per indicare una corrente del partito socialdemocratico russo, dopo la rivoluzione d’ottobre il termine è stato riferito a formazioni e movimenti che, partendo da varie posizioni ideologiche, hanno inteso contrapporsi al processo di istituzionalizzazione e burocratizzazione sia dei partiti comunisti del blocco sovietico sia, spec. a partire dagli anni Sessanta, di quelli europei: lo s. dei gruppi socialdemocratici russi del primo Novecento; la condanna leninista dello s.; lo s. dei movimenti studenteschi del 1968, di alcune formazioni della sinistra extraparlamentare. (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>Il fantasma dello spontaneismo ha aleggiato per tutta la durata del conflitto messo in campo dal movimento operaio tramite le sue organizzazioni di vario tipo. La critica a una organizzazione rivoluzionaria non strutturata, episodica, si è basata su una idea non sempre resa esplicita: la conformazione del partito in aderenza mimetica alla forma di produzione egemone nella specifica fase storica. Più chiaramente: se la grande fabbrica della produzione fordista diventa il centro dello sviluppo del capitalismo, allora il partito comunista sarà l’immagine rovesciata della fabbrica, con i suoi dirigenti, i suoi quadri, i suoi militanti-operai da cui estrarre plusvalore politico. Ci sarà un brand, un programma di sviluppo, una serie di piani di produzione e di vendita per il consenso delle masse.</p>

<p>Nella fase successiva all’espansione massima del capitalismo keynesiano, quella della creazione della produzione just in time, del toyotismo, della fabbrica senza accumulo di scorte, arriva la crisi del partito che si era mimetizzato nel suo avversario-modello. Nascono anche delle teorizzazioni su come avrebbe dovuto adeguarsi la prassi politica antagonista in questa fase segnata dalla nascita dei network e dalla produzione reticolare, dall’importanza dei flussi e dei simboli nell’accumulazione di capitale. Si è dunque immaginato un modello di rete antagonista diffusa sui territori, di autonomia molecolare, e così via.</p>

<p>Tutte queste esperienze hanno avuto pregi e difetti, ma si sono confrontate con l’accusa di spontaneismo da parte di chi pensava che l’organizzazione politica dovesse essere portata avanti ancora mediante il precedente mimetismo dell’era della grande fabbrica. Tutti i naturali insuccessi dello scontro politico nella fase della globalizzazione, dal periodo di Seattle 1999 ai controvertici al periodo no global, sono stati giustificati dall’assenza della vecchia strutturazione capillare e verticistica, criticando come spontaneisti i movimenti di contestazione, incapaci di reggere lo scontro con il moloch capitalista. Si è riproposto su basi nuove tutto l’armamentario polemico che già Lenin aveva immaginato nel periodo di formazione del partito bolscevico, succeduto dalla critica al sindacalismo rivoluzionario e alle organizzazioni informali.</p>

<p> Che cosa resta oggi dello spontaneismo quando la fragilità dei movimenti e la difficoltà di tenuta delle persone militanti di fronte alla repressione richiama un plus di organizzazione e di progettualità collettiva? Come si diceva, lo spontaneismo novecentesco si è ibridato con le nuove formazioni politiche del nuovo millennio, rinascendo come alter-ego della fabbrica diffusa reticolare. Questo isomorfismo ha avuto grandi limiti perché si basava sullo stesso dispositivo meccanicista della supremazia del momento economico, a cui tutte le varie peculiarità devono essere sottomesse e orientate. Lo spontaneismo deve essere oggi sganciato totalmente da questo dominio del pensiero dell’homo oeconomicus, della funzione dominante e totalizzante che fa del mondo un lago da cui estrarre in maniera indifferenziata del plusvalore per reggere alle crisi determinate dalla concorrenza.</p>

<p>Gli e le zapatiste hanno lanciato una visione alternativa di modello organizzativo che recuperasse tradizioni ancestrali, situate in percorsi lenti di crescita, sfuggenti allo scontro diretto, plurali, sotto lo slogan per un mondo che contenga molti mondi. Il subcomandante Marcos si toglieva i passamontagna fino a mostrare che sotto non c’era più nulla, nessuna figura di leader indiscutibile che avrebbe dato ordini, che sarebbero saliti invece da un processo comunitario di elaborazione dal basso. Tutta la storia del movimento zapatista è stata aspramente criticata per aver derubricato la presa del potere, ma ha messo in luce dei fattori di emancipazione che erano restati ai margini nel discorso occidentale. Grazie alla generosità di questo percorso, così come in parallelo possiamo dire parimenti della esperienza delle donne curde, si sono poste le basi di nuove idee e pratiche di liberazione che possano parlare al futuro.</p>

<p> Spontaneismo può essere dunque immaginazione, riscoperta del passato, tensione al futuro togliendo i pesi dell’ortodossia del passato. Nuove avventure aspettano nuovi mondi da attraversare.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/spontaneismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:17:07 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Individualismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/individualismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Individualismo &#xA;&#xA;Ogni dottrina etica, sociale o politica che ponga a suo fondamento i diritti dell&#39;individuo. In senso peggiorativo, la tendenza a far prevalere in modo eccessivo gli interessi individuali su quelli collettivi. (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;La critica all’individualismo ha trovato corso agli inizi del movimento operaio nella contrapposizione tra le teorie del socialismo declinate in senso collettivista o comunitario e quelle anarchiche che portavano agli estremi le basi delle idee liberali di sviluppo libero dell’individuo e di riduzione delle prerogative statali nei suoi confronti. Più recentemente, la critica si è soffermata sulla figura dell’individualismo “proprietario” ovvero di quella figura ultra borghese che cerca godere in una società fortemente diseguale, come quella neoliberale, esclusivamente delle proprie prerogative.&#xA;&#xA; Focalizzandomi sul termine individuo vorrei detournarlo al di là della sua connotazione limitata alla specie umana. Nel corso della storia della filosofia si è sempre discusso in termini prevalentemente apologetici delle caratteristiche essenziali di superiorità della nostra specie su tutte le altre. L’anima, il linguaggio, la capacità di avere una coscienza e una consapevolezza storica di sé: queste e altre caratteristiche sono state portate a fondamento di una separazione che oggi constatiamo essere operativa nella realtà del dominio sulle altre specie e incarnata nel linguaggio che separa gli “animali” da un lato e gli Uomini dall’altro in una dicotomia “essenzializzata”, resa filosoficamente binaria. Per quanto gli studi di Darwin abbiano dimostrato la discendenza della nostra specie da una linea evolutiva animale mista, tutt’oggi questa separazione viene ancora ritenuta giustificata da alcune caratteristiche intrinseche dell’umano. &#xA;&#xA;Gli “uomini” sono ancora ritenuti superiori agli “animali”, non più per le vecchie teorie religiose creazioniste, ma con un persistente dogma di superiorità su cui peraltro si fonda la nostra cultura. Dalla filosofia di Cartesio si rende operativa una differenza radicale tra l’uomo che pensa e l’animale-macchina senza anima, mentre dalle successive elaborazioni ideologiche si propone una superiorità basata sull’uso del linguaggio, della parola, che si delinea in opposizione alle “bestie”: non dialoganti e quindi inferiori. Lo sviluppo delle scienze naturalistiche ed etologiche ci presenta oggi un quadro più complesso, attento nello scoprire le enormi ricchezze delle emozioni animali, del loro specifico linguaggio e della complessità delle loro differenze. &#xA;&#xA;Resta tuttavia ben presente il fantasma della superiorità dell’umano, fantasma che possiamo declinare e cercarlo in una differenza specifica: è quella peculiarità umana che si manifesta in modo sempre più evidente davanti ai nostri occhi nella crisi climatica: “Con queste precisazioni possiamo ora porci la domanda decisiva che induce alla ricerca dello specifico dell’umano. L’ordine di zoè, seppur dinamico e soggetto a continue trasformazioni, non è mai stato definitivamente perturbato dall’attività di alcuna specie particolare. Se le cinque estinzioni di massa avvenute sulla Terra si sono manifestate senza mai trovare un responsabile interno alla rete trofica, dobbiamo chiederci come sia possibile che una specie apparsa duecentomila anni fa abbia potuto influire così tanto sul pianeta Terra, sui depositi geologici, sulla distruzione della biodiversità, sulla modificazione dei componenti dell’atmosfera. La specie umana in soli duecentomila anni (ma in pratica soltanto negli ultimi due secoli) ha sostituito circa la metà della biomassa del pianeta (dunque, della vita) con manufatti e con materiale inerte (dunque cancellandola). Proprio in questo consiste lo specifico dell’umano” [A.Sottofattori, Liberazione animale, Liberazioni n.54, p.26]. &#xA;&#xA;La specie umana è chiamata oggi urgentemente a riconoscere questo tratto distruttivo della sua storia, dando spazio alla possibilità, oggi pesantemente urgente, che la dinamica che ha operato per duecentomila anni in modo lineare possa essere interrotta e si possa invertire la direzione verso una convivenza della nostra specie assieme agli altri animali ed alla Terra in modo da non superare la “capacità portante”: “Una specie colonizzando un territorio, tende a crescere rapidamente approfittando delle abbondanti risorse offerte. In seguito alla pressione così generata, si osserva sempre un riequilibrio determinato dal sovraffollamento e dalla riduzione delle risorse vitali. Il ridimensionamento si stabilizza intorno al valore K con il quale si indica, appunto, la capacità portante: la numerosità di una determinata specie rispetto all’ambiente che la ospita. &#xA;&#xA;Vi sono diversi modelli matematici per il calcolo di K, il primo dei quali è stato messo a punto dallo statistico belga Pierre Francois Verhulst” [A.Sottofattori, ivi, p.27]. A partire dalla domesticazione di alcuni animali, costruite le prime città-stato con la comparsa delle economie stanziali e delle guerre, fino alla creazione della mostruosità dei macelli industriali e degli allevamenti intensivi, non c’è stato un riconoscimento tra gli uomini e gli altri animali, così come non c’è stato e non c’è, all’interno della stessa specie umana, tra i colonizzatori e i colonizzati di ogni epoca storica: a prevalere è il processo di dominio, razzializzazione, uso della tecnologia ai fini dello sfruttamento e dello sterminio. Questo processo potremmo chiamarlo anche di “animalizzazione”, perché all’interno e all’esterno dell’umano, la soglia dell’animalità è sempre stata percepita come l’inizio della possibilità di rendere oggetto di dominio l’altrə. &#xA;&#xA;Questo processo viene messo in pratica dai grandi sistemi di oppressione quali il capitalismo o il patriarcato: la norma sacrificale ha sempre visto gli animali come destinati a soccombere naturalmente in quanto inferiori. Lo specismo, dunque, opera sia come giustificazione ideologica del dominio umano che come macchina di smembramento dei corpi animali, in un insieme di dispositivi e di pratiche molto complesse che oggi costituiscono la cornice entro la quale si compongono le società nelle loro fasi produttive e riproduttive. Nei numeri di questa breve esposizione cercherò di proporre la genealogia di un determinato soggetto oppresso, detournando il femminismo di Carla Lonzi: l’inizio di ogni rivoluzione porta con sé sulla scena l’apparizione di un’ospite inattesa, una presenza imprevista che rompe l’idillio del continuum spazio-temporale dello sfruttamento infinito. &#xA;&#xA;Oggi siamo arrivatə alla consapevolezza come questo tempo non sia realmente infinito: il pianeta sta per implodere, le élite immaginano un futuro distopico di isole di sopravvivenza per ultraricchi mentre tutto il reso del vivente affonda. Un altro futuro possibile ci parla invece di un pianeta dove ci sia spazio per tuttə le singolarità. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Individualismo</p>

<p>Ogni dottrina etica, sociale o politica che ponga a suo fondamento i diritti dell&#39;individuo. In senso peggiorativo, la tendenza a far prevalere in modo eccessivo gli interessi individuali su quelli collettivi. (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>La critica all’individualismo ha trovato corso agli inizi del movimento operaio nella contrapposizione tra le teorie del socialismo declinate in senso collettivista o comunitario e quelle anarchiche che portavano agli estremi le basi delle idee liberali di sviluppo libero dell’individuo e di riduzione delle prerogative statali nei suoi confronti. Più recentemente, la critica si è soffermata sulla figura dell’individualismo “proprietario” ovvero di quella figura ultra borghese che cerca godere in una società fortemente diseguale, come quella neoliberale, esclusivamente delle proprie prerogative.</p>

<p> Focalizzandomi sul termine individuo vorrei detournarlo al di là della sua connotazione limitata alla specie umana. Nel corso della storia della filosofia si è sempre discusso in termini prevalentemente apologetici delle caratteristiche essenziali di superiorità della nostra specie su tutte le altre. L’anima, il linguaggio, la capacità di avere una coscienza e una consapevolezza storica di sé: queste e altre caratteristiche sono state portate a fondamento di una separazione che oggi constatiamo essere operativa nella realtà del dominio sulle altre specie e incarnata nel linguaggio che separa gli “animali” da un lato e gli Uomini dall’altro in una dicotomia “essenzializzata”, resa filosoficamente binaria. Per quanto gli studi di Darwin abbiano dimostrato la discendenza della nostra specie da una linea evolutiva animale mista, tutt’oggi questa separazione viene ancora ritenuta giustificata da alcune caratteristiche intrinseche dell’umano.</p>

<p>Gli “uomini” sono ancora ritenuti superiori agli “animali”, non più per le vecchie teorie religiose creazioniste, ma con un persistente dogma di superiorità su cui peraltro si fonda la nostra cultura. Dalla filosofia di Cartesio si rende operativa una differenza radicale tra l’uomo che pensa e l’animale-macchina senza anima, mentre dalle successive elaborazioni ideologiche si propone una superiorità basata sull’uso del linguaggio, della parola, che si delinea in opposizione alle “bestie”: non dialoganti e quindi inferiori. Lo sviluppo delle scienze naturalistiche ed etologiche ci presenta oggi un quadro più complesso, attento nello scoprire le enormi ricchezze delle emozioni animali, del loro specifico linguaggio e della complessità delle loro differenze.</p>

<p>Resta tuttavia ben presente il fantasma della superiorità dell’umano, fantasma che possiamo declinare e cercarlo in una differenza specifica: è quella peculiarità umana che si manifesta in modo sempre più evidente davanti ai nostri occhi nella crisi climatica: “Con queste precisazioni possiamo ora porci la domanda decisiva che induce alla ricerca dello specifico dell’umano. L’ordine di zoè, seppur dinamico e soggetto a continue trasformazioni, non è mai stato definitivamente perturbato dall’attività di alcuna specie particolare. Se le cinque estinzioni di massa avvenute sulla Terra si sono manifestate senza mai trovare un responsabile interno alla rete trofica, dobbiamo chiederci come sia possibile che una specie apparsa duecentomila anni fa abbia potuto influire così tanto sul pianeta Terra, sui depositi geologici, sulla distruzione della biodiversità, sulla modificazione dei componenti dell’atmosfera. La specie umana in soli duecentomila anni (ma in pratica soltanto negli ultimi due secoli) ha sostituito circa la metà della biomassa del pianeta (dunque, della vita) con manufatti e con materiale inerte (dunque cancellandola). Proprio in questo consiste lo specifico dell’umano” [A.Sottofattori, Liberazione animale, Liberazioni n.54, p.26].</p>

<p>La specie umana è chiamata oggi urgentemente a riconoscere questo tratto distruttivo della sua storia, dando spazio alla possibilità, oggi pesantemente urgente, che la dinamica che ha operato per duecentomila anni in modo lineare possa essere interrotta e si possa invertire la direzione verso una convivenza della nostra specie assieme agli altri animali ed alla Terra in modo da non superare la “capacità portante”: “Una specie colonizzando un territorio, tende a crescere rapidamente approfittando delle abbondanti risorse offerte. In seguito alla pressione così generata, si osserva sempre un riequilibrio determinato dal sovraffollamento e dalla riduzione delle risorse vitali. Il ridimensionamento si stabilizza intorno al valore K con il quale si indica, appunto, la capacità portante: la numerosità di una determinata specie rispetto all’ambiente che la ospita.</p>

<p>Vi sono diversi modelli matematici per il calcolo di K, il primo dei quali è stato messo a punto dallo statistico belga Pierre Francois Verhulst” [A.Sottofattori, ivi, p.27]. A partire dalla domesticazione di alcuni animali, costruite le prime città-stato con la comparsa delle economie stanziali e delle guerre, fino alla creazione della mostruosità dei macelli industriali e degli allevamenti intensivi, non c’è stato un riconoscimento tra gli uomini e gli altri animali, così come non c’è stato e non c’è, all’interno della stessa specie umana, tra i colonizzatori e i colonizzati di ogni epoca storica: a prevalere è il processo di dominio, razzializzazione, uso della tecnologia ai fini dello sfruttamento e dello sterminio. Questo processo potremmo chiamarlo anche di “animalizzazione”, perché all’interno e all’esterno dell’umano, la soglia dell’animalità è sempre stata percepita come l’inizio della possibilità di rendere oggetto di dominio l’altrə.</p>

<p>Questo processo viene messo in pratica dai grandi sistemi di oppressione quali il capitalismo o il patriarcato: la norma sacrificale ha sempre visto gli animali come destinati a soccombere naturalmente in quanto inferiori. Lo specismo, dunque, opera sia come giustificazione ideologica del dominio umano che come macchina di smembramento dei corpi animali, in un insieme di dispositivi e di pratiche molto complesse che oggi costituiscono la cornice entro la quale si compongono le società nelle loro fasi produttive e riproduttive. Nei numeri di questa breve esposizione cercherò di proporre la genealogia di un determinato soggetto oppresso, detournando il femminismo di Carla Lonzi: l’inizio di ogni rivoluzione porta con sé sulla scena l’apparizione di un’ospite inattesa, una presenza imprevista che rompe l’idillio del continuum spazio-temporale dello sfruttamento infinito.</p>

<p>Oggi siamo arrivatə alla consapevolezza come questo tempo non sia realmente infinito: il pianeta sta per implodere, le élite immaginano un futuro distopico di isole di sopravvivenza per ultraricchi mentre tutto il reso del vivente affonda. Un altro futuro possibile ci parla invece di un pianeta dove ci sia spazio per tuttə le singolarità.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/individualismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:15:47 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Frazionismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/frazionismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Frazionismo &#xA;&#xA;s. m. [der. di frazione]. – Tendenza a creare scissioni in seno a un partito politico. (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;Il frazionismo è una delle accuse più stabilmente ripetute nella storia della sinistra. Si punta sempre il dito contro le eterne divisioni nel campo progressista, foriere di sconfitte elettorali farsesche o drammatiche. Il PCI storicamente ha rappresentato il corpo centrale da cui uscire significava ricevere la scomunica, la pena di essere irrilevanti, extraparlamentari, fare il gioco del Nemico. Eppure è stato proprio il PCI a inaugurare la grande tradizione di scissioni del movimento operaio, perché l’epurazione delle correnti moderate del PSI chiesta da Lenin ai dirigenti italiani si trasformò nella creazione di un partito nuovo e contrapposto a quello originario. &#xA;&#xA;Antonio Gramsci, padre spirituale della sinistra anche al giorno d’oggi, parlò appunto di questo “spirito di scissione” positivo, nel creare un cuneo di compattezza rivoluzionaria atto a replicare l’esperienza bolscevica di presa del potere. Gramsci poi sviluppò in carcere tutta una architettura teorica molto più sfumata e originale rispetto alla presa del potere, ma il punto di partenza sul frazionismo e la frase ad effetto sono sue, nonostante generazioni di gramsciani avrebbero accusato di frazionismo altre correnti comuniste nei decenni successivi. &#xA;&#xA;Il frazionismo ha bisogno di una concezione di Partito-Chiesa, del centralismo democratico, entro le cui stanze chiuse vanno fatte le discussioni, per poi applicarle all’esterno come la volontà di un sol uomo. Così come la chiesa cattolica aveva riunificato tutte le scuole religiose sotto il dettato di un solo uomo-rappresentante di Dio in terra, tacciando di eresia chi non si sottomettesse alla sua parola, così nel marxismo-leninismo si è arrivatә alla insindacabilità della sintesi espressa dal segretario generale, che faceva riferimento a quello di Mosca, anche se sotto il suo regno del Terrore questi poteva ordinare la morte di migliaia di persone. &#xA;&#xA;Il frazionismo può essere invocato anche in gruppi differenti, con diverse strutturazioni, anche più fluide e meno verticistiche del partito comunista classico. Anche qui può significare totem di scomunica, elemento di stop alle fughe in avanti, alle divergenze, alle deviazioni da una linea che si è costruita collettivamente o sotto l’impulso di un leader carismatico. Arrivo così al punto: il frazionismo può essere necessario quando la teoria si è riversa su se stessa, l’organizzazione si è resa inerte e burocratizzata, incapace di pensare a nulla, a nessun passo in avanti, se non nella auto perpetuazione della propria struttura. &#xA;&#xA;Così è avvenuto nel Novecento per le grandi scissioni nelle varie frazioni o chiese del movimento operaio. Fughe dall’anarchismo di sintesi o sociale, dall’anarchismo collettivista, fughe dal marxismo-leninismo: nascita delle frazioni insuerrezionaliste, trotzkiste, individualiste, etc. Due grosse scissioni novecentesche mi sembrano particolarmente significative, perché hanno operato un dispositivo potente di rottura le cui eco si riverberano ancora oggi a decenni di distanza dai loro esordi. La prima rottura è quella del situazionismo, che nasce in Francia negli anni ‘50 e si sviluppa nel decennio successivo. &#xA;&#xA;Chi leggesse il testo cardine di Guy Debord “La società dello spettacolo” ci troverebbe degli elementi esplosivi che misero in discussione tutte le fondamenta riconosciute della sinistra rivoluzionaria dell’epoca. Lungi dall’essere un libro sui media, sulla televisione, come si dice volgarmente nel dibattito politico attuale, La società dello spettacolo parte da una considerazione molto precisa, dirompente per quegli anni della guerra fredda e dello scontro Est-Ovest: entrambi i modi di produzione, sia quello capitalista occidentale che quello marxista sovietico, sono gestiti dall’asservimento al Capitale, che oggi si presenta nella forma più estrema di immagine, nel punto più alto di accumulazione e di sviluppo. Se nel capitalismo lo spettacolo è diffuso, nel comunismo realizzato il capitale-spettacolo è concentrato. L’opposizione tra la pluralità delle imprese private in concorrenza tra loro e l’economia pianificata nel piano quinquennale, è sostanzialmente fittizia. A questa analisi scioccante Debord aggiungeva una proposta politica fondata su un sistema politico consiliare internazionale, che riprendeva i filoni del socialismo non statualista. La grande scommessa del situazionismo non ebbe mai grandi riverberi diretti, ma si può dire che le sue intuizioni furono non solo profetiche, perché solo dopo tre decenni si sarebbe vista l’unificazione globale dei sistemi di produzione nell’attuale capitalismo postfordista globalizzato, ma furono anche seminali di tantissime pratiche sovversive diffuse in ogni dove. &#xA;&#xA;La seconda rottura, anch’essa rivolta in modo potente nei confronti della chiesa marxista, è quella del femminismo italiano che possiamo leggere nell’opera di Carla Lonzi. Nel testo Sputiamo su Hegel, Lonzi mette la dinamite sotto tutti i bastioni della filosofia occidentale, denunciandola per quello che miseramente si rivela essere: un soliloquio di maschi bianchi, difensori del sistema patriarcale. Alla sinistra rivoluzionaria in pieno fermento viene detta una cosa sgradevole: noi donne non aspetteremo la nostra liberazione dopo la presa del potere, rimandandola all’avvento del socialismo. Il movimento femminista dovrà fare la sua battaglia in piena autonomia. Grandissima frattura questa, che provocò varie scissioni interne ai gruppi della sinistra extraparlamentare dell’epoca. &#xA;&#xA;Questi due esempi di frazionismo ci parlano dell’esigenza di far saltare all’aria tutte le incrostature conservatrici e reazionarie di pensieri e pratiche che un tempo avevano rappresentato l’avanguardia dei movimenti rivoluzionari. Se non ci fosse stata questa attitudine di rottura, la palude teorica e politica si sarebbe perpetuata. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Frazionismo</p>

<p>s. m. [der. di frazione]. – Tendenza a creare scissioni in seno a un partito politico. (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>Il frazionismo è una delle accuse più stabilmente ripetute nella storia della sinistra. Si punta sempre il dito contro le eterne divisioni nel campo progressista, foriere di sconfitte elettorali farsesche o drammatiche. Il PCI storicamente ha rappresentato il corpo centrale da cui uscire significava ricevere la scomunica, la pena di essere irrilevanti, extraparlamentari, fare il gioco del Nemico. Eppure è stato proprio il PCI a inaugurare la grande tradizione di scissioni del movimento operaio, perché l’epurazione delle correnti moderate del PSI chiesta da Lenin ai dirigenti italiani si trasformò nella creazione di un partito nuovo e contrapposto a quello originario.</p>

<p>Antonio Gramsci, padre spirituale della sinistra anche al giorno d’oggi, parlò appunto di questo “spirito di scissione” positivo, nel creare un cuneo di compattezza rivoluzionaria atto a replicare l’esperienza bolscevica di presa del potere. Gramsci poi sviluppò in carcere tutta una architettura teorica molto più sfumata e originale rispetto alla presa del potere, ma il punto di partenza sul frazionismo e la frase ad effetto sono sue, nonostante generazioni di gramsciani avrebbero accusato di frazionismo altre correnti comuniste nei decenni successivi.</p>

<p>Il frazionismo ha bisogno di una concezione di Partito-Chiesa, del centralismo democratico, entro le cui stanze chiuse vanno fatte le discussioni, per poi applicarle all’esterno come la volontà di un sol uomo. Così come la chiesa cattolica aveva riunificato tutte le scuole religiose sotto il dettato di un solo uomo-rappresentante di Dio in terra, tacciando di eresia chi non si sottomettesse alla sua parola, così nel marxismo-leninismo si è arrivatә alla insindacabilità della sintesi espressa dal segretario generale, che faceva riferimento a quello di Mosca, anche se sotto il suo regno del Terrore questi poteva ordinare la morte di migliaia di persone.</p>

<p>Il frazionismo può essere invocato anche in gruppi differenti, con diverse strutturazioni, anche più fluide e meno verticistiche del partito comunista classico. Anche qui può significare totem di scomunica, elemento di stop alle fughe in avanti, alle divergenze, alle deviazioni da una linea che si è costruita collettivamente o sotto l’impulso di un leader carismatico. Arrivo così al punto: il frazionismo può essere necessario quando la teoria si è riversa su se stessa, l’organizzazione si è resa inerte e burocratizzata, incapace di pensare a nulla, a nessun passo in avanti, se non nella auto perpetuazione della propria struttura.</p>

<p>Così è avvenuto nel Novecento per le grandi scissioni nelle varie frazioni o chiese del movimento operaio. Fughe dall’anarchismo di sintesi o sociale, dall’anarchismo collettivista, fughe dal marxismo-leninismo: nascita delle frazioni insuerrezionaliste, trotzkiste, individualiste, etc. Due grosse scissioni novecentesche mi sembrano particolarmente significative, perché hanno operato un dispositivo potente di rottura le cui eco si riverberano ancora oggi a decenni di distanza dai loro esordi. La prima rottura è quella del situazionismo, che nasce in Francia negli anni ‘50 e si sviluppa nel decennio successivo.</p>

<p>Chi leggesse il testo cardine di Guy Debord “La società dello spettacolo” ci troverebbe degli elementi esplosivi che misero in discussione tutte le fondamenta riconosciute della sinistra rivoluzionaria dell’epoca. Lungi dall’essere un libro sui media, sulla televisione, come si dice volgarmente nel dibattito politico attuale, La società dello spettacolo parte da una considerazione molto precisa, dirompente per quegli anni della guerra fredda e dello scontro Est-Ovest: entrambi i modi di produzione, sia quello capitalista occidentale che quello marxista sovietico, sono gestiti dall’asservimento al Capitale, che oggi si presenta nella forma più estrema di immagine, nel punto più alto di accumulazione e di sviluppo. Se nel capitalismo lo spettacolo è diffuso, nel comunismo realizzato il capitale-spettacolo è concentrato. L’opposizione tra la pluralità delle imprese private in concorrenza tra loro e l’economia pianificata nel piano quinquennale, è sostanzialmente fittizia. A questa analisi scioccante Debord aggiungeva una proposta politica fondata su un sistema politico consiliare internazionale, che riprendeva i filoni del socialismo non statualista. La grande scommessa del situazionismo non ebbe mai grandi riverberi diretti, ma si può dire che le sue intuizioni furono non solo profetiche, perché solo dopo tre decenni si sarebbe vista l’unificazione globale dei sistemi di produzione nell’attuale capitalismo postfordista globalizzato, ma furono anche seminali di tantissime pratiche sovversive diffuse in ogni dove.</p>

<p>La seconda rottura, anch’essa rivolta in modo potente nei confronti della chiesa marxista, è quella del femminismo italiano che possiamo leggere nell’opera di Carla Lonzi. Nel testo Sputiamo su Hegel, Lonzi mette la dinamite sotto tutti i bastioni della filosofia occidentale, denunciandola per quello che miseramente si rivela essere: un soliloquio di maschi bianchi, difensori del sistema patriarcale. Alla sinistra rivoluzionaria in pieno fermento viene detta una cosa sgradevole: noi donne non aspetteremo la nostra liberazione dopo la presa del potere, rimandandola all’avvento del socialismo. Il movimento femminista dovrà fare la sua battaglia in piena autonomia. Grandissima frattura questa, che provocò varie scissioni interne ai gruppi della sinistra extraparlamentare dell’epoca.</p>

<p>Questi due esempi di frazionismo ci parlano dell’esigenza di far saltare all’aria tutte le incrostature conservatrici e reazionarie di pensieri e pratiche che un tempo avevano rappresentato l’avanguardia dei movimenti rivoluzionari. Se non ci fosse stata questa attitudine di rottura, la palude teorica e politica si sarebbe perpetuata.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/frazionismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:14:23 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Eclettismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/eclettismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Eclettismo &#xA;&#xA;(raro ecclettismo) s. m. [der. di eclettico]. – 1. Atteggiamento di pensiero che sceglie e accetta dai varî sistemi filosofici alcune dottrine, e le coordina armonicamente; anche, la scuola filosofica che segue il metodo eclettico. 2. Nelle arti figurative, la tendenza a ispirarsi a fonti diverse, accogliendo da ciascuna gli elementi ritenuti migliori (il termine fu dapprima usato per definire la pittura dei Carracci, il cui ideale era rappresentato dalla fusione armonica del disegno di Raffaello, del colore veneto, del chiaroscuro del Correggio). E. architettonico, con preciso riferimento all’architettura della seconda metà del sec. 19°, la combinazione nello stesso edificio di elementi tratti da varî stili storici. 3. Con uso estens., l’atteggiamento o il comportamento di chi, in qualsiasi campo di attività, o in aspetti della vita culturale o anche della vita quotidiana, non segue rigorosamente un indirizzo o metodo singolo, ma fonde indirizzi e metodi diversi. (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;Nel pensiero marxista l’epiteto di eclettismo ha sempre configurato l’antitesi di quella che sarebbe dovuta essere una concezione corretta, dialettica, della realtà. Il marxismo si sviluppa infatti in una temperie culturale che unisce lo scientismo positivista all’utilizzo del pensiero hegeliano di dialettica e di processo del pensiero-realtà di tesi, antitesi e sintesi, nonché di risoluzione del finito nell’infinito ed altre speculazioni teologiche. Ancorati a questi capisaldi, i grandi teorici marxisti del novecento declinano le assi marxiane (lotta di classe, materialismo storico, teoria del valore lavoro etc) dentro il concetto di totalità. Il concetto di totalità nasce dall’unione di una filosofia fondata dalle intuizioni hegeliane e riversata sulle teorie economicistiche estreme per cui un modo di produzione determinava in ultima istanza i comportamenti della sovrastruttura, della cultura, della ideologia degli esseri umani. &#xA;&#xA;Questo mondo nel quale si affrontavano nella lotta di classe i grandi soggetti storici, andava considerato nel suo insieme, un insieme che si muoveva con le sue leggi naturali di sviluppo lineare e progressivo, del guscio dei mezzi di produzione che si sarebbe schiuso quando sarebbero emerse le nuove vincenti forze produttive, realizzando così il socialismo, appunto, “scientifico”. Fuori da tutto questo congegno mentale non poteva esserci nulla, per cui tutto uno sviluppo parziale e fondato su altri presupposti, in qualunque campo della produzione intellettuale, poteva essere bollato di inadeguatezza rispetto alle sacre fonti testuali di Karl Marx e Friederich Engels e loro epigoni.&#xA;&#xA; Un abbozzo di concatenamento di più teorie deviazionistiche veniva dunque bollato come eclettismo. Un mix di fonti apocrife, incapace e impossibilitato a leggere la realtà e dunque a trasformarla. Al di fuori della Totalità non c’è realtà, al di fuori della chiesa nessuna salvezza. Quando la filosofia moderna comincia a mettere in discussione i sofismi hegeliani della dialettica, con il martello di Nietzsche, raccolto da Foucault e Deleuze, assistiamo alla prima vera grande crisi del marxismo, che cerca di rinnovarsi attraverso il concatenamento con altre teorie, siano il neo-kantismo oppure lo strutturalismo, fino ad altri audaci innesti.&#xA;&#xA; Oggi, invece, quando la riscoperta di alcune intuizioni di Marx viene trattata come un miracolo e spacciata come un principio prezioso per ricostruire una teoria marxista adeguata ai tempi contemporanei, in assenza di teorie forti a cui appoggiarsi (siamo pur sempre nel periodo post-tutto per qualche motivo inerente alla realtà e non alla debolezza intrinseca dei filosofi) allora eccoci che rispunta il marxismo classico, quello delle fonti hegeliane, pronto a bollare come eclettismo qualsiasi altra coraggiosa sistemazione teorica. &#xA;&#xA;Toni Negri ha compiuto l’ultimo tentativo di rinnovamento della teoria marxista. Negri è stato uno dei marxisti italiani più brillanti ed eterodossi del Novecento e questo è stato possibile perché ha iniziato il suo percorso intellettuale e politico nel primo operaismo, quello di Raniero Panzieri e Mario Tronti. In due righe sintetizzare cosa sia stato l&#39;operaismo italiano degli anni &#39;60 è impossibile, però se lo devo mettere qui come slogan posso ricordare l&#39;articolo “Lenin in Inghilterra” di Tronti, per cui le lotte operaie sarebbero dovute essere più efficaci nel punto più alto di sviluppo del capitalismo, l&#39;apertura nietzschiana della classe operaia composta da barbari in lotta contro la civiltà, una classe operaia senza alleati, la critica alla neutralità della scienza fatta da Panzieri, l&#39;analisi del capitalismo come pianificazione e non come anarchia di interessi...etc.etc.&#xA;&#xA;Su questa base, il primo Negri sviluppa negli anni &#39;70, fino al suo arresto, tutta la sua teorizzazione della autonomia operaia, quella dei “libri del rogo” (Feltrinelli editore che se li vendette alla polizia) da “Dominio e sabotaggio” alle “Trentatré tesi su Lenin”, fino ad arrivare all&#39;operaio sociale, che è il primo momento nel quale Negri intuisce l&#39;avvento della fase post-fordista del capitalismo. In carcere e poi in esilio in Francia, Negri comincia ad approfondire tematiche più filosofiche e farà la sua ibridazione del marxismo con il pensiero di Foucault, Deleuze e Guattari, Spinoza letto da Deleuze. Questo incrocio è davvero originale e ancora oggi viene osteggiato da tutte le altre correnti marxiste. La lettura dei Grundrisse che Negri fa in “Marx oltre Marx”, con l&#39;idea del superamento della teoria del valore, risente appunto delle influenze francesi.&#xA;&#xA;La terza stagione negriana è quella del ritorno in Italia e del successo mondiale di “Impero”, scritto con Micheal Hardt, testo che viene adottato come manifesto da parte del movimento no global. Si è scritto molto su questo testo, che all&#39;epoca mi piacque molto. Oggi posso dire che la parte più interessante è quella filosofica di ispirazione spinoziana, mentre le teorie sul declino dello Stato erano molto forzate e soprattutto Negri conservava, sia pure nel suo originale slang eretico, una persistente adesione all&#39;ortodossia economicista di Marx, secondo la quale un soggetto (non più la classe operaia, ma le “moltitudini”) interno allo sviluppo del capitalismo avrebbe condotto immediatamente (termine molto negriano) all&#39;avvento del comunismo, una volta crollato l&#39;involucro di dominio che nega questa realizzazione.&#xA;&#xA;Praticamente Negri struttura la sua tesi delle moltitudini in conseguenza allo sviluppo dell&#39;operaio sociale: nel capitalismo post-fordista e immateriale le moltitudini sono il soggetto rivoluzionario perché costruiscono la cooperazione, che è la base del superamento del capitalismo. Su questo punto specifico, devo dare ragione a Costanzo Preve quando rilevava che non esiste questo passaggio meccanico perché nella forma egemone dell&#39;azienda capitalista (come avrebbe detto Bordiga) non c&#39;è nessuno spazio per la cooperazione. Tanto più che la classe operaia fordista si era già dimostrata storicamente non essere una classe capace di superare il capitalismo, smentendo così Karl Marx.&#xA;&#xA;Nella sua trilogia composta da “Impero”, “Moltitudine” e “Comune”, Negri afferma di non essere anarchico ma comunista perché ha fiducia nella forza della cooperazione di questa nuova classe operaia, una cooperazione che è immanente ai rapporti e alla forma di produzione odierna. Preve apostrofava l&#39;autonomia operaia come la manifestazione italiana dell&#39;anarchismo (credendo così di farle torto): qui invece Negri riprende secondo me una tradizione che è la parte meno attuale del marxismo, ovvero quel meccanicismo economicista che è mezzo messianico e mezzo scientifico. Il pensatore che ha fatto incontrare Marx con Nietzsche, alla fine mi sembra che recuperi proprio l&#39;esatto opposto, cioè lo spettro di Hegel.&#xA;&#xA;In conclusione, Negri ha avuto il grande merito di svecchiare una dottrina, quale quella marxista, che è sempre stata un gigante dai piedi di argilla, perché si basa su presupposti scientifici che non lo sono. In sostanza, è stato un fatto positivo che diverse generazioni di militanti comunistә abbiano conosciuto grazie a lui filosofi come Foucault, Deleuze e Guattari. Questo, come dicevo sopra, è stato possibile perché l&#39;operaismo italiano di Panzieri e soci è stato l&#39;ultimo disperato tentativo di salvare il marxismo. Negri si è preso il compito di attualizzare l&#39;operaismo dopo la fine del fordismo, e così dopo il crollo del Muro di Berlino ha potuto presentare una forma di marxismo non coinvolto nel fallimento del socialismo reale che non fosse povero di idee come i trotzkismi di vario genere e il marxismo anglosassone che era rimasto fermo agli anni &#39;60.&#xA;&#xA;Oggi, come dicevo all’inizio del ragionamento sull’eclettismo, il marxismo è costretto a vivere un suo riflusso nella sua fondazione hegeliana, dialettica e conservatrice. Portabandiera di questa tendenza è Costanzo Preve, il filosofo che ha posto le basi di un avvicinamento della teoria marxista con quella della nuova destra di De Benoist. Oggi le teorie di Preve, come del suo allievo Diego Fusaro, sono il caposaldo del movimento rossobruno, quella peste politica che unisce pensiero tradizionalista, idealismo fichtiano, anticapitalismo fondato sulla geopolitica. Un eclettismo speculare e opposto a quello che prospettava Negri, sicuramente più deleterio per le libertà politiche.&#xA;&#xA;In conclusione, oggi l’eclettismo è l’unica forma possibile di ricombinazione teorica, finite le grandi narrazioni e la presunzione di governare con la repressione tutte le scuole di pensiero possibili e le loro mille ramificazioni. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Eclettismo</p>

<p>(raro ecclettismo) s. m. [der. di eclettico]. – 1. Atteggiamento di pensiero che sceglie e accetta dai varî sistemi filosofici alcune dottrine, e le coordina armonicamente; anche, la scuola filosofica che segue il metodo eclettico. 2. Nelle arti figurative, la tendenza a ispirarsi a fonti diverse, accogliendo da ciascuna gli elementi ritenuti migliori (il termine fu dapprima usato per definire la pittura dei Carracci, il cui ideale era rappresentato dalla fusione armonica del disegno di Raffaello, del colore veneto, del chiaroscuro del Correggio). E. architettonico, con preciso riferimento all’architettura della seconda metà del sec. 19°, la combinazione nello stesso edificio di elementi tratti da varî stili storici. 3. Con uso estens., l’atteggiamento o il comportamento di chi, in qualsiasi campo di attività, o in aspetti della vita culturale o anche della vita quotidiana, non segue rigorosamente un indirizzo o metodo singolo, ma fonde indirizzi e metodi diversi. (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>Nel pensiero marxista l’epiteto di eclettismo ha sempre configurato l’antitesi di quella che sarebbe dovuta essere una concezione corretta, dialettica, della realtà. Il marxismo si sviluppa infatti in una temperie culturale che unisce lo scientismo positivista all’utilizzo del pensiero hegeliano di dialettica e di processo del pensiero-realtà di tesi, antitesi e sintesi, nonché di risoluzione del finito nell’infinito ed altre speculazioni teologiche. Ancorati a questi capisaldi, i grandi teorici marxisti del novecento declinano le assi marxiane (lotta di classe, materialismo storico, teoria del valore lavoro etc) dentro il concetto di totalità. Il concetto di totalità nasce dall’unione di una filosofia fondata dalle intuizioni hegeliane e riversata sulle teorie economicistiche estreme per cui un modo di produzione determinava in ultima istanza i comportamenti della sovrastruttura, della cultura, della ideologia degli esseri umani.</p>

<p>Questo mondo nel quale si affrontavano nella lotta di classe i grandi soggetti storici, andava considerato nel suo insieme, un insieme che si muoveva con le sue leggi naturali di sviluppo lineare e progressivo, del guscio dei mezzi di produzione che si sarebbe schiuso quando sarebbero emerse le nuove vincenti forze produttive, realizzando così il socialismo, appunto, “scientifico”. Fuori da tutto questo congegno mentale non poteva esserci nulla, per cui tutto uno sviluppo parziale e fondato su altri presupposti, in qualunque campo della produzione intellettuale, poteva essere bollato di inadeguatezza rispetto alle sacre fonti testuali di Karl Marx e Friederich Engels e loro epigoni.</p>

<p> Un abbozzo di concatenamento di più teorie deviazionistiche veniva dunque bollato come eclettismo. Un mix di fonti apocrife, incapace e impossibilitato a leggere la realtà e dunque a trasformarla. Al di fuori della Totalità non c’è realtà, al di fuori della chiesa nessuna salvezza. Quando la filosofia moderna comincia a mettere in discussione i sofismi hegeliani della dialettica, con il martello di Nietzsche, raccolto da Foucault e Deleuze, assistiamo alla prima vera grande crisi del marxismo, che cerca di rinnovarsi attraverso il concatenamento con altre teorie, siano il neo-kantismo oppure lo strutturalismo, fino ad altri audaci innesti.</p>

<p> Oggi, invece, quando la riscoperta di alcune intuizioni di Marx viene trattata come un miracolo e spacciata come un principio prezioso per ricostruire una teoria marxista adeguata ai tempi contemporanei, in assenza di teorie forti a cui appoggiarsi (siamo pur sempre nel periodo post-tutto per qualche motivo inerente alla realtà e non alla debolezza intrinseca dei filosofi) allora eccoci che rispunta il marxismo classico, quello delle fonti hegeliane, pronto a bollare come eclettismo qualsiasi altra coraggiosa sistemazione teorica.</p>

<p>Toni Negri ha compiuto l’ultimo tentativo di rinnovamento della teoria marxista. Negri è stato uno dei marxisti italiani più brillanti ed eterodossi del Novecento e questo è stato possibile perché ha iniziato il suo percorso intellettuale e politico nel primo operaismo, quello di Raniero Panzieri e Mario Tronti. In due righe sintetizzare cosa sia stato l&#39;operaismo italiano degli anni &#39;60 è impossibile, però se lo devo mettere qui come slogan posso ricordare l&#39;articolo “Lenin in Inghilterra” di Tronti, per cui le lotte operaie sarebbero dovute essere più efficaci nel punto più alto di sviluppo del capitalismo, l&#39;apertura nietzschiana della classe operaia composta da barbari in lotta contro la civiltà, una classe operaia senza alleati, la critica alla neutralità della scienza fatta da Panzieri, l&#39;analisi del capitalismo come pianificazione e non come anarchia di interessi...etc.etc.</p>

<p>Su questa base, il primo Negri sviluppa negli anni &#39;70, fino al suo arresto, tutta la sua teorizzazione della autonomia operaia, quella dei “libri del rogo” (Feltrinelli editore che se li vendette alla polizia) da “Dominio e sabotaggio” alle “Trentatré tesi su Lenin”, fino ad arrivare all&#39;operaio sociale, che è il primo momento nel quale Negri intuisce l&#39;avvento della fase post-fordista del capitalismo. In carcere e poi in esilio in Francia, Negri comincia ad approfondire tematiche più filosofiche e farà la sua ibridazione del marxismo con il pensiero di Foucault, Deleuze e Guattari, Spinoza letto da Deleuze. Questo incrocio è davvero originale e ancora oggi viene osteggiato da tutte le altre correnti marxiste. La lettura dei Grundrisse che Negri fa in “Marx oltre Marx”, con l&#39;idea del superamento della teoria del valore, risente appunto delle influenze francesi.</p>

<p>La terza stagione negriana è quella del ritorno in Italia e del successo mondiale di “Impero”, scritto con Micheal Hardt, testo che viene adottato come manifesto da parte del movimento no global. Si è scritto molto su questo testo, che all&#39;epoca mi piacque molto. Oggi posso dire che la parte più interessante è quella filosofica di ispirazione spinoziana, mentre le teorie sul declino dello Stato erano molto forzate e soprattutto Negri conservava, sia pure nel suo originale slang eretico, una persistente adesione all&#39;ortodossia economicista di Marx, secondo la quale un soggetto (non più la classe operaia, ma le “moltitudini”) interno allo sviluppo del capitalismo avrebbe condotto immediatamente (termine molto negriano) all&#39;avvento del comunismo, una volta crollato l&#39;involucro di dominio che nega questa realizzazione.</p>

<p>Praticamente Negri struttura la sua tesi delle moltitudini in conseguenza allo sviluppo dell&#39;operaio sociale: nel capitalismo post-fordista e immateriale le moltitudini sono il soggetto rivoluzionario perché costruiscono la cooperazione, che è la base del superamento del capitalismo. Su questo punto specifico, devo dare ragione a Costanzo Preve quando rilevava che non esiste questo passaggio meccanico perché nella forma egemone dell&#39;azienda capitalista (come avrebbe detto Bordiga) non c&#39;è nessuno spazio per la cooperazione. Tanto più che la classe operaia fordista si era già dimostrata storicamente non essere una classe capace di superare il capitalismo, smentendo così Karl Marx.</p>

<p>Nella sua trilogia composta da “Impero”, “Moltitudine” e “Comune”, Negri afferma di non essere anarchico ma comunista perché ha fiducia nella forza della cooperazione di questa nuova classe operaia, una cooperazione che è immanente ai rapporti e alla forma di produzione odierna. Preve apostrofava l&#39;autonomia operaia come la manifestazione italiana dell&#39;anarchismo (credendo così di farle torto): qui invece Negri riprende secondo me una tradizione che è la parte meno attuale del marxismo, ovvero quel meccanicismo economicista che è mezzo messianico e mezzo scientifico. Il pensatore che ha fatto incontrare Marx con Nietzsche, alla fine mi sembra che recuperi proprio l&#39;esatto opposto, cioè lo spettro di Hegel.</p>

<p>In conclusione, Negri ha avuto il grande merito di svecchiare una dottrina, quale quella marxista, che è sempre stata un gigante dai piedi di argilla, perché si basa su presupposti scientifici che non lo sono. In sostanza, è stato un fatto positivo che diverse generazioni di militanti comunistә abbiano conosciuto grazie a lui filosofi come Foucault, Deleuze e Guattari. Questo, come dicevo sopra, è stato possibile perché l&#39;operaismo italiano di Panzieri e soci è stato l&#39;ultimo disperato tentativo di salvare il marxismo. Negri si è preso il compito di attualizzare l&#39;operaismo dopo la fine del fordismo, e così dopo il crollo del Muro di Berlino ha potuto presentare una forma di marxismo non coinvolto nel fallimento del socialismo reale che non fosse povero di idee come i trotzkismi di vario genere e il marxismo anglosassone che era rimasto fermo agli anni &#39;60.</p>

<p>Oggi, come dicevo all’inizio del ragionamento sull’eclettismo, il marxismo è costretto a vivere un suo riflusso nella sua fondazione hegeliana, dialettica e conservatrice. Portabandiera di questa tendenza è Costanzo Preve, il filosofo che ha posto le basi di un avvicinamento della teoria marxista con quella della nuova destra di De Benoist. Oggi le teorie di Preve, come del suo allievo Diego Fusaro, sono il caposaldo del movimento rossobruno, quella peste politica che unisce pensiero tradizionalista, idealismo fichtiano, anticapitalismo fondato sulla geopolitica. Un eclettismo speculare e opposto a quello che prospettava Negri, sicuramente più deleterio per le libertà politiche.</p>

<p>In conclusione, oggi l’eclettismo è l’unica forma possibile di ricombinazione teorica, finite le grandi narrazioni e la presunzione di governare con la repressione tutte le scuole di pensiero possibili e le loro mille ramificazioni.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/eclettismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:12:27 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Deviazionismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/deviazionismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Deviazionismo &#xA;&#xA;s. m. [der. di deviazione]. – Tendenza a deviare, e il fatto stesso di deviare, spec. dai principî ideologici e dalla linea di condotta politica di un partito (soprattutto di partiti comunisti): accusare, essere sospettato di deviazionismo. (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;Se rileggiamo la storia del Novecento e le grandi figure di eretici che compaiono nei processi staliniani, nelle epurazioni del partito comunista, nella messa all’indice delle persone reprobe e deviazioniste dalla sua linea, troviamo forse la migliore linfa vitale e intellettuale del “secolo breve”. Mentre artisti del calibro di Guttuso o Picasso non avevano problemi ad aderire a un partito che aveva fatto o giustificato milioni di carcerazioni o esecuzioni sommarie, che aveva aperto la strada al nazismo, che perseguiva tutte le nuove correnti più libertarie di espressione, altre personalità si opposero all’egemonia culturale sovietica, pagando di persona le scelte. In Italia possiamo pensare a Pierpaolo Pasolini espulso dal PCI per indegnità morale, ai gruppi che uscirono dopo l’invasione dell’Ungheria o che confermarono le proprie convinzioni antistaliniste come Franco Fortini. &#xA;&#xA;Fuori dalla linea, in deviazione ad essa sono sorti mille rivoli che oggi sono molto più attuali di chi volle costringere e incasellare la propria riflessione o espressione artistica in un quadro ben predefinito e delimitato dal burocrate di turno a Botteghe Oscure o al Cremlino. Seguire la linea del partito ha portato ad esiti estremi, che i fondatori del Pcd’I a Livorno non avrebbero mai potuto immaginare. Già negli anni venti iniziano le prime purghe, tutta la generazione di rivoluzionari che avevano seguito Lenin viene fatta fuori, prima che la paranoia staliniana non esondasse su tutto ciò che non poteva controllare, nel suo delirio di onnipotenza e di sospetto. &#xA;&#xA;Poco conosciuta è la storia, per certi versi paradigmatica, di Edmondo Peluso, ucciso a Krasnojarsk, in Siberia, il 19 febbraio 1942. Un colpo di pistola alla tempia pose fine alla sua vita di rivoluzionario nato a Napoli nel 1882: fu uno dei fondatori del Pci, un libertario e giramondo, compagno degli spartachisti in Germania nel 1918, delegato a Mosca assieme a Bordiga nel IV Congresso dell’Internazionale, poi corrispondente per l’Unità e quindi trasferitosi in URSS, dove viene infine arrestato nel mezzo delle purghe staliniane del 1938. Rinchiuso nel gulag staliniano, secondo un dossier ritrovato negli archivi di Mosca dopo la caduta dell’Urss, nel giugno del 1941 Peluso pronuncia queste parole ad un suo compagno di detenzione:&#xA;&#xA;«Io che sono stato fino a poco tempo fa nemico del fascismo, non desidero più essere cittadino dell’Urss. Non mi rimane più niente da fare in Urss. Il cosiddetto comunismo e socialismo di Stalin boicottano tutti i partiti socialisti e i partiti comunisti, una volta fratelli. In Urss non c’è alcun socialismo, ma esistono degli esperimenti folli, che sbalordiscono tutto il mondo, su un popolo che ha perso il buon senso. Questo non appare vicino nel suo risultato finale al socialismo, bensì ad un rozzo dispotismo, che può fiorire soltanto nelle condizioni della dittatura più crudele. In una situazione imperialistica come noi oggi possiamo osservare, il socialismo, questo bellissimo e seducente fenomeno politico, che da migliaia di anni vive nei sogni più rosei dell’umanità, è presentato al mondo nel modo più deturpato dai dirigenti del partito dell’Urss. Il popolo sovietico è circondato da un mare di lacrime, di dolori, di privazioni, da file interminabili per il pane, questo prodotto principale dell’alimentazione, file per un metro di stoffa per coprire la sua nudità, e da una fatica veramente da galera, un vero pesante lavoro forzato. Insomma su tutti costoro grava il marchio della burocrazia che li opprime appiattendoli tutti allo stesso livello. Tutti i giornali riguardo al contenuto, e non parlo già di indirizzo politico, sono simili l’uno all’altro come due gocce d’acqua. La gente in Urss pensa come le viene ordinato. Il socialismo in Urss rappresenta il trono dell’Nkvd, un trono lordato dal sangue degli uomini migliori. Ma io vi dico che questo potere si regge sulle baionette, sulle camere di tortura, sulle repressioni e questo potere, che mantiene il popolo con razioni da fame, non può essere durevole, sarà sufficiente una sola debole spinta perché questo potere si riduca in polvere. Non appena avrò la possibilità di lasciare il villaggio di Suchobusimo, aprirò gli occhi ai miei compagni»[D.Gnocchi, Odissea rossa. Storia di un fondatore del Pci, Einaudi, 2001, pag. 225]. &#xA;&#xA;Ci vollero altri quarant’anni perché nel 1981 Enrico Berlinguer, dopo la presa del potere in Polonia da parte del generale Jaruzelski, parlasse di esaurimento della spinta propulsiva nata dalla rivoluzione d’Ottobre: &#xA;&#xA;“Quello che mi pare si possa dire in linea generale - forse su questo tema potremo tornare - è che ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune società, che si sono create nell&#39;est europeo, è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d&#39;inizio nella rivoluzione socialista d&#39;ottobre, il più grande evento rivoluzionario della nostra epoca, e che ha dato luogo poi a una serie di eventi e di lotte per l&#39;emancipazione nonché a una serie di conquiste”. (Dalla conferenza stampa televisiva del 15 dicembre 1981, https://www.sitocomunista.it/pci/documenti/berlinguer/spintapropulsiva.htm). &#xA;&#xA;La distanza di decenni tra un evento e l’altro misura l’incredibile iato tra il percorso e la riflessione su una esperienza che aveva sconvolto il mondo e la presa in carico di quelle che difficilmente una persona informata e in buona fede poteva derubricare come mere storture o fortuite distorsioni. I dirigenti del PCI non potevano non sapere, potevano solo giustificare e auto convincersi che valesse la pena restare in quell’orbita perché c’era un processo più grande che avrebbe redento nella sua laica provvidenza tutti gli errori, le epurazioni, le eliminazioni fisiche etc. &#xA;&#xA;Così come la Chiesa Cattolica poteva rinnovare la fede dei suoi elementi più consapevoli e ardenti pure dopo il rogo di Giordano Bruno, dopo la Santa Inquisizione, dopo il sostegno a tutti i regimi politici più violenti, così gli esponenti comunisti potevano inserire il loro lavoro di militanti rivoluzionari di professione in una teleologia auto assolutoria. Le parole dal lager di Peluso, così secche, vere, dirette e implacabili, si distaccano dai ghirigori diplomatici di Berlinguer, che doveva per forza usare delle espressioni fantasmagoriche e immaginifiche per rendere conto di un’inerzia insopportabile. &#xA;&#xA;La coscienza morale di una persona viene posta di fronte a vari fatti dirimenti e deve prendere delle decisioni, Berlinguer stiracchiò la propria acutezza e dirittura di uomo amante della giustizia sacrificando il rispetto sacro che si deve di fronte a delle persone militanti eliminate fisicamente per il loro ideale. Le parole di Peluso sono attualissime, tragiche e illuminanti, perché ci parlano di un ideale di uguaglianza che ha attraversato i secoli e che si è rovesciato in una dittatura rozza e opprimente: non di meno, il rivoluzionario italiano credeva che la ferocia di quella dittatura sarebbe potuta essere sconfitta. Questa è la bellezza più pura del suo messaggio, che attraversa il tempo e lo spazio: anche il potere più oppressivo può essere sconfitto, perché “sarà sufficiente una sola debole spinta perché questo potere si riduca in polvere”. Il deviazionismo è dirittura morale, immaginazione sovversiva, creazione di mondi nuovi. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Deviazionismo</p>

<p>s. m. [der. di deviazione]. – Tendenza a deviare, e il fatto stesso di deviare, spec. dai principî ideologici e dalla linea di condotta politica di un partito (soprattutto di partiti comunisti): accusare, essere sospettato di deviazionismo. (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>Se rileggiamo la storia del Novecento e le grandi figure di eretici che compaiono nei processi staliniani, nelle epurazioni del partito comunista, nella messa all’indice delle persone reprobe e deviazioniste dalla sua linea, troviamo forse la migliore linfa vitale e intellettuale del “secolo breve”. Mentre artisti del calibro di Guttuso o Picasso non avevano problemi ad aderire a un partito che aveva fatto o giustificato milioni di carcerazioni o esecuzioni sommarie, che aveva aperto la strada al nazismo, che perseguiva tutte le nuove correnti più libertarie di espressione, altre personalità si opposero all’egemonia culturale sovietica, pagando di persona le scelte. In Italia possiamo pensare a Pierpaolo Pasolini espulso dal PCI per indegnità morale, ai gruppi che uscirono dopo l’invasione dell’Ungheria o che confermarono le proprie convinzioni antistaliniste come Franco Fortini.</p>

<p>Fuori dalla linea, in deviazione ad essa sono sorti mille rivoli che oggi sono molto più attuali di chi volle costringere e incasellare la propria riflessione o espressione artistica in un quadro ben predefinito e delimitato dal burocrate di turno a Botteghe Oscure o al Cremlino. Seguire la linea del partito ha portato ad esiti estremi, che i fondatori del Pcd’I a Livorno non avrebbero mai potuto immaginare. Già negli anni venti iniziano le prime purghe, tutta la generazione di rivoluzionari che avevano seguito Lenin viene fatta fuori, prima che la paranoia staliniana non esondasse su tutto ciò che non poteva controllare, nel suo delirio di onnipotenza e di sospetto.</p>

<p>Poco conosciuta è la storia, per certi versi paradigmatica, di Edmondo Peluso, ucciso a Krasnojarsk, in Siberia, il 19 febbraio 1942. Un colpo di pistola alla tempia pose fine alla sua vita di rivoluzionario nato a Napoli nel 1882: fu uno dei fondatori del Pci, un libertario e giramondo, compagno degli spartachisti in Germania nel 1918, delegato a Mosca assieme a Bordiga nel IV Congresso dell’Internazionale, poi corrispondente per l’Unità e quindi trasferitosi in URSS, dove viene infine arrestato nel mezzo delle purghe staliniane del 1938. Rinchiuso nel gulag staliniano, secondo un dossier ritrovato negli archivi di Mosca dopo la caduta dell’Urss, nel giugno del 1941 Peluso pronuncia queste parole ad un suo compagno di detenzione:</p>

<p>«Io che sono stato fino a poco tempo fa nemico del fascismo, non desidero più essere cittadino dell’Urss. Non mi rimane più niente da fare in Urss. Il cosiddetto comunismo e socialismo di Stalin boicottano tutti i partiti socialisti e i partiti comunisti, una volta fratelli. In Urss non c’è alcun socialismo, ma esistono degli esperimenti folli, che sbalordiscono tutto il mondo, su un popolo che ha perso il buon senso. Questo non appare vicino nel suo risultato finale al socialismo, bensì ad un rozzo dispotismo, che può fiorire soltanto nelle condizioni della dittatura più crudele. In una situazione imperialistica come noi oggi possiamo osservare, il socialismo, questo bellissimo e seducente fenomeno politico, che da migliaia di anni vive nei sogni più rosei dell’umanità, è presentato al mondo nel modo più deturpato dai dirigenti del partito dell’Urss. Il popolo sovietico è circondato da un mare di lacrime, di dolori, di privazioni, da file interminabili per il pane, questo prodotto principale dell’alimentazione, file per un metro di stoffa per coprire la sua nudità, e da una fatica veramente da galera, un vero pesante lavoro forzato. Insomma su tutti costoro grava il marchio della burocrazia che li opprime appiattendoli tutti allo stesso livello. Tutti i giornali riguardo al contenuto, e non parlo già di indirizzo politico, sono simili l’uno all’altro come due gocce d’acqua. La gente in Urss pensa come le viene ordinato. Il socialismo in Urss rappresenta il trono dell’Nkvd, un trono lordato dal sangue degli uomini migliori. Ma io vi dico che questo potere si regge sulle baionette, sulle camere di tortura, sulle repressioni e questo potere, che mantiene il popolo con razioni da fame, non può essere durevole, sarà sufficiente una sola debole spinta perché questo potere si riduca in polvere. Non appena avrò la possibilità di lasciare il villaggio di Suchobusimo, aprirò gli occhi ai miei compagni»[D.Gnocchi, Odissea rossa. Storia di un fondatore del Pci, Einaudi, 2001, pag. 225].</p>

<p>Ci vollero altri quarant’anni perché nel 1981 Enrico Berlinguer, dopo la presa del potere in Polonia da parte del generale Jaruzelski, parlasse di esaurimento della spinta propulsiva nata dalla rivoluzione d’Ottobre:</p>

<p>“Quello che mi pare si possa dire in linea generale – forse su questo tema potremo tornare – è che ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune società, che si sono create nell&#39;est europeo, è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d&#39;inizio nella rivoluzione socialista d&#39;ottobre, il più grande evento rivoluzionario della nostra epoca, e che ha dato luogo poi a una serie di eventi e di lotte per l&#39;emancipazione nonché a una serie di conquiste”. (Dalla conferenza stampa televisiva del 15 dicembre 1981, <a href="https://www.sitocomunista.it/pci/documenti/berlinguer/spintapropulsiva.htm" rel="nofollow">https://www.sitocomunista.it/pci/documenti/berlinguer/spintapropulsiva.htm</a>).</p>

<p>La distanza di decenni tra un evento e l’altro misura l’incredibile iato tra il percorso e la riflessione su una esperienza che aveva sconvolto il mondo e la presa in carico di quelle che difficilmente una persona informata e in buona fede poteva derubricare come mere storture o fortuite distorsioni. I dirigenti del PCI non potevano non sapere, potevano solo giustificare e auto convincersi che valesse la pena restare in quell’orbita perché c’era un processo più grande che avrebbe redento nella sua laica provvidenza tutti gli errori, le epurazioni, le eliminazioni fisiche etc.</p>

<p>Così come la Chiesa Cattolica poteva rinnovare la fede dei suoi elementi più consapevoli e ardenti pure dopo il rogo di Giordano Bruno, dopo la Santa Inquisizione, dopo il sostegno a tutti i regimi politici più violenti, così gli esponenti comunisti potevano inserire il loro lavoro di militanti rivoluzionari di professione in una teleologia auto assolutoria. Le parole dal lager di Peluso, così secche, vere, dirette e implacabili, si distaccano dai ghirigori diplomatici di Berlinguer, che doveva per forza usare delle espressioni fantasmagoriche e immaginifiche per rendere conto di un’inerzia insopportabile.</p>

<p>La coscienza morale di una persona viene posta di fronte a vari fatti dirimenti e deve prendere delle decisioni, Berlinguer stiracchiò la propria acutezza e dirittura di uomo amante della giustizia sacrificando il rispetto sacro che si deve di fronte a delle persone militanti eliminate fisicamente per il loro ideale. Le parole di Peluso sono attualissime, tragiche e illuminanti, perché ci parlano di un ideale di uguaglianza che ha attraversato i secoli e che si è rovesciato in una dittatura rozza e opprimente: non di meno, il rivoluzionario italiano credeva che la ferocia di quella dittatura sarebbe potuta essere sconfitta. Questa è la bellezza più pura del suo messaggio, che attraversa il tempo e lo spazio: anche il potere più oppressivo può essere sconfitto, perché “sarà sufficiente una sola debole spinta perché questo potere si riduca in polvere”. Il deviazionismo è dirittura morale, immaginazione sovversiva, creazione di mondi nuovi.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/deviazionismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:09:56 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Democraticismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/democraticismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Democraticismo &#xA;&#xA;“dal punto di vista borghese volgare il concetto di dittatura e il concetto di democrazia si escludono l’un l’altro. Non comprendendo la teoria della lotta di classe, assuefatto a vedere sulla scena della lotta politica le meschine baruffe dei diversi gruppi […] della borghesia, il borghese per dittatura intende l’assenza di ogni libertà e di ogni garanzia democratica, l’arbitrio generalizzato, l’abuso generalizzato del potere nell’interesse personale del dittatore” Lenin, Per la storia della questione della dittatura, pp. 469-70.&#xA;&#xA;Il marxismo resta una teoria incompiuta della politica poiché Marx non fece mai una spiegazione teorica dei meccanismi di estinzione dello Stato che sarebbero dovuti seguire alla fase della dittatura del proletariato. Nel suo ingegnoso sistema, che si basava su assunti filosofici di tipo deterministico con un concentrato di elementi filosofici e scientifici, bastava creare l’illusione di un movimento storico prestabilito, il cui destino segnava ineluttabile, con tutti gli ingranaggi al loro posto: lotta di classe, trasformazione dei sistemi produttivi antichi ed obsoleti con il capitalismo, superamento del capitalismo e trionfo del socialismo. &#xA;&#xA;La frase simbolo di questo teorema resta quella del comunismo come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente: una frase che non vuol dire assolutamente nulla. Fu necessario l’intervento di Lenin per sistematizzare l’intervento di governo del marxismo post vittoria della rivoluzione, ma sappiamo bene come sia andata a finire, con la creazione di uno stato ancora più dispotico di quelli che si erano visti fino a quel momento, oltre che con la restaurazione finale nel 1989 del capitalismo nella sua variante più delinquenziale oligarchico-mafiosa. Sfuggiva in effetti all’inizio ai più, nel movimento operaio, (perché i marxisti erano una esigua minoranza ritenuta conservatrice) come fosse possibile fare il salto da una dittatura ferrea all’assenza di dominio statale. &#xA;&#xA;Tutte le teorie leniniste, basate sulla differenza qualitativa tra un governo operaio, anche se dispotico, rispetto ad una democrazia anche liberale ed aperta, si reggevano su assunti economicistici (la lotta di classe) che non hanno trovato riscontro nella realtà dei fatti. La classe operaia, guidata dai suoi apparati tecnocratici della burocrazia di partito, è risultata essere incapace di proporre un modello produttivo funzionante su larga scala che non fosse basato sulla gestione di impresa, che risultava essere più efficiente sotto il comando delle borghesie al potere negli stati capitalistici. Non aiutavano certo gli assunti metafisici marxiani che vedevano lo sviluppo del capitalismo come un tratto evolutivo lineare di un progresso dell’umanità. &#xA;&#xA;Come Hegel aveva inteso lo sviluppo del pensiero dell’intellettuale borghese un mero riflesso del processo dialettico in atto nella storia, così Marx, rileggendo la dialettica nel materialismo storicistico, aveva trasformato questa perversa fantasia in un meccanismo economico necessario, a cui servivano ben poco inutili orpelli democratici come la separazione dei poteri e la limitazione della concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, del ruolo della polizia, etc. Nella citazione iniziale di questo paragrafo, abbiamo letto tutto il disprezzo di Lenin per la democrazia come alternativa alla dittatura: solo un borghese volgare può immaginare una rozzezza del genere. Tale concezione portò ad altri frutti avvelenati, che dopo Lenin avrebbero tormentato il mondo grazie all’avvento di Stalin. &#xA;&#xA;Primo fra tutti, la nefasta teoria del social-fascismo. Di fronte all’avvento dei regimi totalitari, che dal fascismo italiano stavano esondando fino a portare Hitler al potere in Germania, le direttive del Comintern decisero che i partiti comunisti europei avrebbero dovuto individuare come primi nemici i partiti socialdemocratici, perché essi avevano tarpato le ali alla rivoluzione in Occidente. Per quanto furono certo gli sgherri di Noske a reprimere l’insurrezione spartachista, le teorie di Lenin e le direttive di Stalin concepirono il nazismo come un mero epifenomeno del dominio borghese. Fu solo la tragedia della seconda guerra mondiale, con i campi di sterminio, l’Olocausto, la bomba atomica etc a portare il conto salatissimo. Questo abbaglio degli anni trenta fu sancito definitivamente nel patto Ribbentrop-Molotov, che con la spartizione della Polonia aprì le danze al secondo conflitto globale. &#xA;&#xA;Certo, le democrazie borghesi erano anche le manifestazioni politiche di una classe che aveva sviluppato il colonialismo in mezzo mondo, e nessuno vuole difenderle a posteriori. Sicuramente, però, metterle addirittura alla pari o sottostanti al nazismo, resta un vezzo intellettuale, nonché un abbaglio dalle conseguenze devastanti. Abbiamo visto lo stesso processo negli anni più recenti, quando di fronte all’ascesa di Donald Trump in America, gran parte delle sinistre occidentali, impegnate nella polemica contro i democratici americani, non seppero cogliere il cambio di passo dell’avvento del fascismo MAGA, arrivato al potere in combutta con il regime oligarchico russo.&#xA;&#xA; Di nuovo, la sopravvalutazione di processi economicistici tutti da dimostrare, la sottovalutazione della difesa che in alcuni casi le leggi democratiche possono determinare letteralmente la vita o la morte di una persona, di un’attivista per i diritti umani, per un sindacalista etc.; il voler flirtare con alcune tesi delle destre (la critica alla cultura woke e al pensiero ‘no border’ sono diventati degli assunti comuni tra estrema destra e sinistra). &#xA;&#xA;Di nuovo, ci si è opposti al fascismo solo quando è arrivato al potere, perché prima si ciarlava con fare guascone della equivalenza tra destra e sinistra borghese, per poi raccogliere i morti sulle strade della polizia ICE e vedere i cortei per la Remigrazione. Insomma, la critica al democraticismo è spesso venata di un nichilismo che non considera con realismo e rigore le decise sfumature tra un regime e l’altro. Sia pure un regime oppressivo come quello delle democrazie odierne, il cui grado diventa sempre più formale, si differenzia dal fascismo al potere o in ascesa. Fermare il secondo non vuol certo dire fare sconti alle prime, lasciandosi irretire dai meccanismi di polizia (sempre meno) soft o da dispositivi di recupero. &#xA;&#xA;Significa però non fare sconti a una retorica che non riesce a cogliere il pericolo della crescita delle destre, forse perché pensa che il Risiko globale ci porterà vantaggi nella vittoria di una lontana teocrazia di tagliagole solo perché opposta all’Occidente. Il proliferare oggi a sinistra della geopolitica, una pseudoscienza che ha un chiaro imprinting di destra, ci fa essere ciechi e inermi sulla pericolosità (anche per le nostre stesse realtà in cui viviamo) di fascismi esotici che si ammantano spesso di paccottiglia socialisteggiante. &#xA;&#xA;Ma proprio noi in Italia, noi che abbiamo avuto un Duce già direttore del giornale del partito socialista, dovremmo cogliere questa pericolosa coincidenza. Per cui sì, possiamo dire senza vergogna che può essere meglio un corrotto democraticismo oggi che una fanatica dittatura di mafiosi o di militari domani. Meglio una separazione della carriere dei magistrati che il populismo televisivo che spiattella le indagini che trapelano dalla procure. Meglio avere la possibilità di difendersi in un tribunale che essere svegliati nel cuore della notte e fatti sparire come in Argentina negli anni ‘70 o nell’Egitto di oggi. Discorso magari poco affascinante, ma che presenta comunque il conto, quando la durezza dei fatti si palesa inesorabile. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Democraticismo</p>

<p>“dal punto di vista borghese volgare il concetto di dittatura e il concetto di democrazia si escludono l’un l’altro. Non comprendendo la teoria della lotta di classe, assuefatto a vedere sulla scena della lotta politica le meschine baruffe dei diversi gruppi […] della borghesia, il borghese per dittatura intende l’assenza di ogni libertà e di ogni garanzia democratica, l’arbitrio generalizzato, l’abuso generalizzato del potere nell’interesse personale del dittatore” Lenin, Per la storia della questione della dittatura, pp. 469-70.</p>

<p>Il marxismo resta una teoria incompiuta della politica poiché Marx non fece mai una spiegazione teorica dei meccanismi di estinzione dello Stato che sarebbero dovuti seguire alla fase della dittatura del proletariato. Nel suo ingegnoso sistema, che si basava su assunti filosofici di tipo deterministico con un concentrato di elementi filosofici e scientifici, bastava creare l’illusione di un movimento storico prestabilito, il cui destino segnava ineluttabile, con tutti gli ingranaggi al loro posto: lotta di classe, trasformazione dei sistemi produttivi antichi ed obsoleti con il capitalismo, superamento del capitalismo e trionfo del socialismo.</p>

<p>La frase simbolo di questo teorema resta quella del comunismo come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente: una frase che non vuol dire assolutamente nulla. Fu necessario l’intervento di Lenin per sistematizzare l’intervento di governo del marxismo post vittoria della rivoluzione, ma sappiamo bene come sia andata a finire, con la creazione di uno stato ancora più dispotico di quelli che si erano visti fino a quel momento, oltre che con la restaurazione finale nel 1989 del capitalismo nella sua variante più delinquenziale oligarchico-mafiosa. Sfuggiva in effetti all’inizio ai più, nel movimento operaio, (perché i marxisti erano una esigua minoranza ritenuta conservatrice) come fosse possibile fare il salto da una dittatura ferrea all’assenza di dominio statale.</p>

<p>Tutte le teorie leniniste, basate sulla differenza qualitativa tra un governo operaio, anche se dispotico, rispetto ad una democrazia anche liberale ed aperta, si reggevano su assunti economicistici (la lotta di classe) che non hanno trovato riscontro nella realtà dei fatti. La classe operaia, guidata dai suoi apparati tecnocratici della burocrazia di partito, è risultata essere incapace di proporre un modello produttivo funzionante su larga scala che non fosse basato sulla gestione di impresa, che risultava essere più efficiente sotto il comando delle borghesie al potere negli stati capitalistici. Non aiutavano certo gli assunti metafisici marxiani che vedevano lo sviluppo del capitalismo come un tratto evolutivo lineare di un progresso dell’umanità.</p>

<p>Come Hegel aveva inteso lo sviluppo del pensiero dell’intellettuale borghese un mero riflesso del processo dialettico in atto nella storia, così Marx, rileggendo la dialettica nel materialismo storicistico, aveva trasformato questa perversa fantasia in un meccanismo economico necessario, a cui servivano ben poco inutili orpelli democratici come la separazione dei poteri e la limitazione della concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, del ruolo della polizia, etc. Nella citazione iniziale di questo paragrafo, abbiamo letto tutto il disprezzo di Lenin per la democrazia come alternativa alla dittatura: solo un borghese volgare può immaginare una rozzezza del genere. Tale concezione portò ad altri frutti avvelenati, che dopo Lenin avrebbero tormentato il mondo grazie all’avvento di Stalin.</p>

<p>Primo fra tutti, la nefasta teoria del social-fascismo. Di fronte all’avvento dei regimi totalitari, che dal fascismo italiano stavano esondando fino a portare Hitler al potere in Germania, le direttive del Comintern decisero che i partiti comunisti europei avrebbero dovuto individuare come primi nemici i partiti socialdemocratici, perché essi avevano tarpato le ali alla rivoluzione in Occidente. Per quanto furono certo gli sgherri di Noske a reprimere l’insurrezione spartachista, le teorie di Lenin e le direttive di Stalin concepirono il nazismo come un mero epifenomeno del dominio borghese. Fu solo la tragedia della seconda guerra mondiale, con i campi di sterminio, l’Olocausto, la bomba atomica etc a portare il conto salatissimo. Questo abbaglio degli anni trenta fu sancito definitivamente nel patto Ribbentrop-Molotov, che con la spartizione della Polonia aprì le danze al secondo conflitto globale.</p>

<p>Certo, le democrazie borghesi erano anche le manifestazioni politiche di una classe che aveva sviluppato il colonialismo in mezzo mondo, e nessuno vuole difenderle a posteriori. Sicuramente, però, metterle addirittura alla pari o sottostanti al nazismo, resta un vezzo intellettuale, nonché un abbaglio dalle conseguenze devastanti. Abbiamo visto lo stesso processo negli anni più recenti, quando di fronte all’ascesa di Donald Trump in America, gran parte delle sinistre occidentali, impegnate nella polemica contro i democratici americani, non seppero cogliere il cambio di passo dell’avvento del fascismo MAGA, arrivato al potere in combutta con il regime oligarchico russo.</p>

<p> Di nuovo, la sopravvalutazione di processi economicistici tutti da dimostrare, la sottovalutazione della difesa che in alcuni casi le leggi democratiche possono determinare letteralmente la vita o la morte di una persona, di un’attivista per i diritti umani, per un sindacalista etc.; il voler flirtare con alcune tesi delle destre (la critica alla cultura woke e al pensiero ‘no border’ sono diventati degli assunti comuni tra estrema destra e sinistra).</p>

<p>Di nuovo, ci si è opposti al fascismo solo quando è arrivato al potere, perché prima si ciarlava con fare guascone della equivalenza tra destra e sinistra borghese, per poi raccogliere i morti sulle strade della polizia ICE e vedere i cortei per la Remigrazione. Insomma, la critica al democraticismo è spesso venata di un nichilismo che non considera con realismo e rigore le decise sfumature tra un regime e l’altro. Sia pure un regime oppressivo come quello delle democrazie odierne, il cui grado diventa sempre più formale, si differenzia dal fascismo al potere o in ascesa. Fermare il secondo non vuol certo dire fare sconti alle prime, lasciandosi irretire dai meccanismi di polizia (sempre meno) soft o da dispositivi di recupero.</p>

<p>Significa però non fare sconti a una retorica che non riesce a cogliere il pericolo della crescita delle destre, forse perché pensa che il Risiko globale ci porterà vantaggi nella vittoria di una lontana teocrazia di tagliagole solo perché opposta all’Occidente. Il proliferare oggi a sinistra della geopolitica, una pseudoscienza che ha un chiaro imprinting di destra, ci fa essere ciechi e inermi sulla pericolosità (anche per le nostre stesse realtà in cui viviamo) di fascismi esotici che si ammantano spesso di paccottiglia socialisteggiante.</p>

<p>Ma proprio noi in Italia, noi che abbiamo avuto un Duce già direttore del giornale del partito socialista, dovremmo cogliere questa pericolosa coincidenza. Per cui sì, possiamo dire senza vergogna che può essere meglio un corrotto democraticismo oggi che una fanatica dittatura di mafiosi o di militari domani. Meglio una separazione della carriere dei magistrati che il populismo televisivo che spiattella le indagini che trapelano dalla procure. Meglio avere la possibilità di difendersi in un tribunale che essere svegliati nel cuore della notte e fatti sparire come in Argentina negli anni ‘70 o nell’Egitto di oggi. Discorso magari poco affascinante, ma che presenta comunque il conto, quando la durezza dei fatti si palesa inesorabile.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/democraticismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:08:11 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Centrismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/centrismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Centrismo &#xA;&#xA;“Il centrismo è una nozione politica. La sua ideologia è l’ideologia dell’adattamento, l’ideologia della sottomissione degli interessi del proletariato agli interessi della piccola borghesia, in seno ad un unico partito comune. Questa ideologia è estranea e contraria al leninismo.” (Stalin, «Le questioni del leninismo», pag. 379, 9ª ed. russa).&#xA;&#xA;Qui, come si conviene dalla citazione iniziale, non parlo di Renzi o del centro cristiano democratico CCD-CDU di Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione. Centrista è l’epiteto che univa Stalin e Trotzki, le cui correnti politiche postume se lo sono pure rinfacciato nell’occasione. Se per Stalin il centrismo era una subdola via di mezzo tra il campo proletario e quello borghese, definito nell’unione asservita dei proletari con i piccolo borghesi (figura quest’ultima piuttosto sfuggente), per il trotzkismo i centristi sono coloro che si collocano in una via mediana tra riforme e rivoluzione, tra partiti riformisti e partiti rivoluzionari.&#xA;&#xA; Così la figura del centrista aleggia per tutto il Novecento come agente del nemico, come infiltrato tra le fila compatte della classe, come apologeta di un impossibile conciliazione tra due opposti irriducibili, peggio ancora, come colui che vuole spostare tutta la parte proletaria e traghettarla verso la fila del nemico. Mentre Stalin, Trotzki e i loro epigono si dilettavano in questa ed altre caccia alle streghe (i primi, c’è da dirlo con molto più successo dei secondi, che compaiono tra le loro vittime) il primo operaismo già negli anni’60 denunciava lo slittamento di tutto il movimento operaio e delle sue organizzazioni nel campo dello sviluppo del capitale, agganciato ai suoi meccanismi e dispositivi di ineluttabile forza centripeta.&#xA;&#xA; Così abbiamo avuto il Capitalismo di Stato in quello che veniva all’inizio definito come Stato operaio degenerato, perché la potenza operaia non aveva espresso nulla se non delle feroci lotte interne al capitalismo, che potevano condizionare sì lo sviluppo delle macchine e dei metodi di produzioni nella fabbrica, ma non costituivano nessuna alternativa di società: tanto è vero che l’Unione Sovietica amplificava i tratti più brutali e arcaici del capitalismo nei suoi meccanismi di comando dispotico, burocratico e basato su deportazioni, epurazioni di massa. &#xA;&#xA;Poiché non è mai esistito un binomio irriducibile tra due modelli alternativi, non è mai esistito un vero e proprio centrismo nel seno del movimento operaio mondiale. I centristi sopravvissuti sono arrivati dopo il crollo del Muro ad avere un maggiore rapporto con i movimenti sociali rispetto alle stolide organizzazioni politiche del comunismo burocratico. Per questo motivo, con una maggiore aderenza alla realtà, e ad una minore inclinazione verso il conservatorismo stolido e inerte nel leggere le nuove identità di genere o di forme di vita stessa. &#xA;&#xA;Se il partito riformista è diventato un partito conservatore propriamente inserito nelle dinamiche di governo della postmodernità capitalistica, il partito rivoluzionario resta incagliato nelle pesanti ortodossie esposte dalla sua lingua di legno, incapaci di leggere i movimenti sotterranei di composizione e ricomposizione dei mille soggetti sfruttati, per cui impossibilitato a rivoluzionare un granché. Il centrista guarda questa terra di nessuno nella quale è finitә e si chiede che fine abbiano fatto le riforme e la rivoluzione, per cui si aggancia disperatamente a quei soggetti reali che hanno portato avanti da soli le lotte, in assenza di riforme e di rivoluzione. &#xA;&#xA;Certo il centrista può essere richiamato in ogni momento dal fantasma del passato, dalla lingua di legno delle analisi della fabbrica del 1920 o della struttura teorica che riflette i movimenti del pensiero di un ricco signore tedesco del 1800 che scrive dei libri a lume di candela prima di andare presso la sua chiesa luterana. Se guarda invece alle persone reali in carne e ossa può detournare parole quali democrazia, partecipazione, conflitto, senza lasciarsi ingarbugliare dall’agenda del capitale. &#xA;&#xA;Oppure si possono immaginare mille centrismi tra posizioni immaginate contrapposte: tra un rifiuto tout court della scienza e una sua adesione fideistica, tra la lotta armata e la nonviolenza radicale, tra l’adesione a un progetto collettivo e un percorso solitario, etc etc. Il centrista raccoglie le macerie delle grandi narrazioni scomparse fino a costruire mille centrismi che possano ridefinire un’idea di rivoluzione adeguata ai tempi. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Centrismo</p>

<p>“Il centrismo è una nozione politica. La sua ideologia è l’ideologia dell’adattamento, l’ideologia della sottomissione degli interessi del proletariato agli interessi della piccola borghesia, in seno ad un unico partito comune. Questa ideologia è estranea e contraria al leninismo.” (Stalin, «Le questioni del leninismo», pag. 379, 9ª ed. russa).</p>

<p>Qui, come si conviene dalla citazione iniziale, non parlo di Renzi o del centro cristiano democratico CCD-CDU di Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione. Centrista è l’epiteto che univa Stalin e Trotzki, le cui correnti politiche postume se lo sono pure rinfacciato nell’occasione. Se per Stalin il centrismo era una subdola via di mezzo tra il campo proletario e quello borghese, definito nell’unione asservita dei proletari con i piccolo borghesi (figura quest’ultima piuttosto sfuggente), per il trotzkismo i centristi sono coloro che si collocano in una via mediana tra riforme e rivoluzione, tra partiti riformisti e partiti rivoluzionari.</p>

<p> Così la figura del centrista aleggia per tutto il Novecento come agente del nemico, come infiltrato tra le fila compatte della classe, come apologeta di un impossibile conciliazione tra due opposti irriducibili, peggio ancora, come colui che vuole spostare tutta la parte proletaria e traghettarla verso la fila del nemico. Mentre Stalin, Trotzki e i loro epigono si dilettavano in questa ed altre caccia alle streghe (i primi, c’è da dirlo con molto più successo dei secondi, che compaiono tra le loro vittime) il primo operaismo già negli anni’60 denunciava lo slittamento di tutto il movimento operaio e delle sue organizzazioni nel campo dello sviluppo del capitale, agganciato ai suoi meccanismi e dispositivi di ineluttabile forza centripeta.</p>

<p> Così abbiamo avuto il Capitalismo di Stato in quello che veniva all’inizio definito come Stato operaio degenerato, perché la potenza operaia non aveva espresso nulla se non delle feroci lotte interne al capitalismo, che potevano condizionare sì lo sviluppo delle macchine e dei metodi di produzioni nella fabbrica, ma non costituivano nessuna alternativa di società: tanto è vero che l’Unione Sovietica amplificava i tratti più brutali e arcaici del capitalismo nei suoi meccanismi di comando dispotico, burocratico e basato su deportazioni, epurazioni di massa.</p>

<p>Poiché non è mai esistito un binomio irriducibile tra due modelli alternativi, non è mai esistito un vero e proprio centrismo nel seno del movimento operaio mondiale. I centristi sopravvissuti sono arrivati dopo il crollo del Muro ad avere un maggiore rapporto con i movimenti sociali rispetto alle stolide organizzazioni politiche del comunismo burocratico. Per questo motivo, con una maggiore aderenza alla realtà, e ad una minore inclinazione verso il conservatorismo stolido e inerte nel leggere le nuove identità di genere o di forme di vita stessa.</p>

<p>Se il partito riformista è diventato un partito conservatore propriamente inserito nelle dinamiche di governo della postmodernità capitalistica, il partito rivoluzionario resta incagliato nelle pesanti ortodossie esposte dalla sua lingua di legno, incapaci di leggere i movimenti sotterranei di composizione e ricomposizione dei mille soggetti sfruttati, per cui impossibilitato a rivoluzionare un granché. Il centrista guarda questa terra di nessuno nella quale è finitә e si chiede che fine abbiano fatto le riforme e la rivoluzione, per cui si aggancia disperatamente a quei soggetti reali che hanno portato avanti da soli le lotte, in assenza di riforme e di rivoluzione.</p>

<p>Certo il centrista può essere richiamato in ogni momento dal fantasma del passato, dalla lingua di legno delle analisi della fabbrica del 1920 o della struttura teorica che riflette i movimenti del pensiero di un ricco signore tedesco del 1800 che scrive dei libri a lume di candela prima di andare presso la sua chiesa luterana. Se guarda invece alle persone reali in carne e ossa può detournare parole quali democrazia, partecipazione, conflitto, senza lasciarsi ingarbugliare dall’agenda del capitale.</p>

<p>Oppure si possono immaginare mille centrismi tra posizioni immaginate contrapposte: tra un rifiuto tout court della scienza e una sua adesione fideistica, tra la lotta armata e la nonviolenza radicale, tra l’adesione a un progetto collettivo e un percorso solitario, etc etc. Il centrista raccoglie le macerie delle grandi narrazioni scomparse fino a costruire mille centrismi che possano ridefinire un’idea di rivoluzione adeguata ai tempi.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/centrismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:05:27 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Bellicismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/bellicismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Bellicismo &#xA;&#xA;s. m. [dal fr. bellicisme, der. del lat. bellĭcus «guerresco»]. – Politica di uno stato definita dalla volontà o tendenza a risolvere con la guerra le controversie internazionali, o che comunque si esplica in provvedimenti o decisioni atti a provocare prima o poi la guerra. (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;Anche qui la definizione della Treccani è chiarissima, e chiama in causa i responsabili delle guerre, nelle loro manovre preparatorie o nei loro interventi che sono vietati dall’articolo 11 della Costituzione “L&#39;Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. &#xA;&#xA;Questo articolo ancora oggi viene richiamato nella polemica politica, dopo che la Costituzione è stata praticamente svuotata da ogni suo fondamento materiale praticamente eseguibile. La Costituzione del 1948 nasce come compromesso nello scontro di classe, compromesso scelto per mitigare o rimandare la resa dei conti tra i due blocchi. Oggi lo scontro di classe ormai da decenni ha un vincitore e un vinto, proclamato per KO tecnico, eppure si richiama lo spirito o la lettera della Costituzione a difesa delle proprie tesi politiche. &#xA;&#xA;Qui sulla guerra ci sarebbe ben poco da obiettare. L’Italia veniva da un conflitto distruttivo, che pur tuttavia era servito per far cadere fascismo e monarchia e far approdare a una Repubblica nata grazie al sacrificio delle e dei partigiani, nonché dalla vittoria degli Alleati sul nazifascismo. Per esorcizzare lo spettro di altri conflitti, si pensò dunque a un articolo che tenesse lontano lo stato democratico da ogni tentazione bellica, sia in forma diretta che di intervento esterno per partecipare ad un conflitto esistente. Quando, appena finita la guerra fredda e caduto il Muro, la guerra ha rifatto capolino sullo scenario internazionale, nelle sue nuove forme di guerra asimmetrica o di conflitto etnico, si è discusso sull’attualità e sulla giusta interpretazione dell’articolo 11.&#xA;&#xA; Nel caso della guerra all’Iraq, del conflitto della ex Jugoslavia, dell’intervento NATO in Afghanistan, il mondo pacifista italiano ha messo in campo varie e generose mobilitazioni, richiamando non solo il dettato costituzionale, ma un più profondo sentimento che nasce dalla cultura religiosa (siamo pur sempre in Italia), con Papa Giovanni Paolo II che gridò dal balcone di San Pietro la sua avversione alla guerra, avventura senza ritorno. Altro bastione del pacifismo italiano è stato quello risalente alla cultura del movimento operaio, che pure si è diviso già dalla Prima guerra mondiale sui crediti di guerra e sulla partecipazione ai conflitti allargati. &#xA;&#xA;Nel corso dei decenni, con la consapevolezza della catastrofe che può seguire ad un conflitto globale e all’uso dell’arma atomica, si è arrivati così al radicamento di un’avversione alla guerra diffusa tra partiti, sindacati, associazioni e mondo comune della sinistra. Gli eredi dei “partigiani della pace” del PCI che fiancheggiavano l’URSS e le sue campagne durante la guerra fredda, sono entrati nel nuovo millennio con la loro innata avversione agli Stati Uniti d’America e le loro guerre imperialiste, come in Vietnam. Il filo rosso è stato agevolato dal fatto che gli USA dagli anni ‘90 hanno proseguito le loro avventure belliche inaugurando la stagione del Poliziotto del Mondo, della guerra al terrorismo, nel nuovo scontro di civiltà dell’esportazione della democrazia.&#xA;&#xA; Tutti questi anni hanno segnato una continuità teoria, storia e militante tra il vecchio e il nuovo pacifismo. La catastrofe però era alle porte, perché nel nuovo scenario globale altri attori stavano covando le loro imprese imperialiste e guerrafondaie, forgiando nel sangue le loro economie in sviluppo. Prima in Cecenia, poi in Siria e quindi in Ucraina, lo stato capitalista-mafioso russo ha compiuto una serie inenarrabile di violenze, crimini di guerra, stragi di civili e di conquiste di territori. La reazione del vecchio mondo pacifista è stata prima lenta nel capire cosa stesse succedendo, poi completamente deragliata in modo surreale, scambiando aggredito ed aggressore.&#xA;&#xA; Una delle dittature più brutali e oppressive della storia, la Siria di Assad, inferiore di grado forse solo alla Corea del Nord, mentre bombardava la sua popolazione radendo al suolo interi palazzoni di grandi città, usando anche le armi chimiche del Gas Sarin, godeva del sostegno occidentale a sinistra perché schierata nel campo avverso agli USA. Così in Inghilterra la Coalizione “No War” alzava in piazza i cartelli con su scritto Giù le mani dalla Siria, rivolti all’imperialismo americano, mentre nei sobborghi di Damasco il clan alawita al potere gasava bambini col Sarin. &#xA;&#xA;Così si è arrivati al momento in cui la Russia ha condotto per anni una offensiva di guerra ibrida in Occidente, condizionando l’opinione pubblica con strutture ben organizzate di data center, troll factory, spionaggio, corruzione di attori politici e giornalisti, creazione di blog, di partiti, etc. Quando il Cremlino ha deciso di invadere uno stato democratico che, se la cartina geografica non è un’opinione, fa parte dell’Europa, la sinistra occidentale (in particolare quella italiana) ripeteva a pappagallo tutte le fake news della Russia. &#xA;&#xA;Per questo tutta la rete di disinformazione che la Russia aveva propagato nel periodo Covid a favore dei No Vax si è immediatamente trasformata in un piccolo esercito che urlava a gran voce le post-verità di guerra, con l’invenzione dei nazisti ucraini e la negazione delle stragi sui civili come a Bucha. Dopo anni di conflitto, dopo decenni di guerra ibrida russa e di operazioni di propaganda psicologica, esponenti del centro sinistra ripetono che non c’è nessun pericolo russo “in Europa”, derubricando forse l’Ucraina nel continente asiatico o in una Atlantide dei cattivi, nemici del Cremlino.&#xA;&#xA; A questo scenario demenziale si è unita tutta l’estrema sinistra italiana, dai comunisti ortodossi agli anarco-insurrezionalisti. Dicono che non esiste nessuna resistenza in Ucraina all’invasione russa, e se esiste non è legittima, per questo o quell’altro motivo, per il tale libro di tale esponente con la barba vissuto a fine ‘800 che disse la tale cosa sulla guerra imperialista. E arriviamo così alla totale distorsione del concetto di bellicismo. Bellicista non è lo stato russo che da decenni si infiltra in popolazioni ritenute nemiche e fa stragi quotidiane sul campo, contro ogni convenzione o trattato internazionale. Belliciste sono le persone che resistono a stupri, bombardamenti, colonizzazione, rapimenti di bambini e altri crimini indicibili. Siamo ad un punto che con uno scatto di orgoglio possiamo e forse dobbiamo rivendicare questo orribile termine, quindi sì, il bellicismo è un male necessario, è una strategia di sopravvivenza. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Bellicismo</p>

<p>s. m. [dal fr. bellicisme, der. del lat. bellĭcus «guerresco»]. – Politica di uno stato definita dalla volontà o tendenza a risolvere con la guerra le controversie internazionali, o che comunque si esplica in provvedimenti o decisioni atti a provocare prima o poi la guerra. (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>Anche qui la definizione della Treccani è chiarissima, e chiama in causa i responsabili delle guerre, nelle loro manovre preparatorie o nei loro interventi che sono vietati dall’articolo 11 della Costituzione “L&#39;Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.</p>

<p>Questo articolo ancora oggi viene richiamato nella polemica politica, dopo che la Costituzione è stata praticamente svuotata da ogni suo fondamento materiale praticamente eseguibile. La Costituzione del 1948 nasce come compromesso nello scontro di classe, compromesso scelto per mitigare o rimandare la resa dei conti tra i due blocchi. Oggi lo scontro di classe ormai da decenni ha un vincitore e un vinto, proclamato per KO tecnico, eppure si richiama lo spirito o la lettera della Costituzione a difesa delle proprie tesi politiche.</p>

<p>Qui sulla guerra ci sarebbe ben poco da obiettare. L’Italia veniva da un conflitto distruttivo, che pur tuttavia era servito per far cadere fascismo e monarchia e far approdare a una Repubblica nata grazie al sacrificio delle e dei partigiani, nonché dalla vittoria degli Alleati sul nazifascismo. Per esorcizzare lo spettro di altri conflitti, si pensò dunque a un articolo che tenesse lontano lo stato democratico da ogni tentazione bellica, sia in forma diretta che di intervento esterno per partecipare ad un conflitto esistente. Quando, appena finita la guerra fredda e caduto il Muro, la guerra ha rifatto capolino sullo scenario internazionale, nelle sue nuove forme di guerra asimmetrica o di conflitto etnico, si è discusso sull’attualità e sulla giusta interpretazione dell’articolo 11.</p>

<p> Nel caso della guerra all’Iraq, del conflitto della ex Jugoslavia, dell’intervento NATO in Afghanistan, il mondo pacifista italiano ha messo in campo varie e generose mobilitazioni, richiamando non solo il dettato costituzionale, ma un più profondo sentimento che nasce dalla cultura religiosa (siamo pur sempre in Italia), con Papa Giovanni Paolo II che gridò dal balcone di San Pietro la sua avversione alla guerra, avventura senza ritorno. Altro bastione del pacifismo italiano è stato quello risalente alla cultura del movimento operaio, che pure si è diviso già dalla Prima guerra mondiale sui crediti di guerra e sulla partecipazione ai conflitti allargati.</p>

<p>Nel corso dei decenni, con la consapevolezza della catastrofe che può seguire ad un conflitto globale e all’uso dell’arma atomica, si è arrivati così al radicamento di un’avversione alla guerra diffusa tra partiti, sindacati, associazioni e mondo comune della sinistra. Gli eredi dei “partigiani della pace” del PCI che fiancheggiavano l’URSS e le sue campagne durante la guerra fredda, sono entrati nel nuovo millennio con la loro innata avversione agli Stati Uniti d’America e le loro guerre imperialiste, come in Vietnam. Il filo rosso è stato agevolato dal fatto che gli USA dagli anni ‘90 hanno proseguito le loro avventure belliche inaugurando la stagione del Poliziotto del Mondo, della guerra al terrorismo, nel nuovo scontro di civiltà dell’esportazione della democrazia.</p>

<p> Tutti questi anni hanno segnato una continuità teoria, storia e militante tra il vecchio e il nuovo pacifismo. La catastrofe però era alle porte, perché nel nuovo scenario globale altri attori stavano covando le loro imprese imperialiste e guerrafondaie, forgiando nel sangue le loro economie in sviluppo. Prima in Cecenia, poi in Siria e quindi in Ucraina, lo stato capitalista-mafioso russo ha compiuto una serie inenarrabile di violenze, crimini di guerra, stragi di civili e di conquiste di territori. La reazione del vecchio mondo pacifista è stata prima lenta nel capire cosa stesse succedendo, poi completamente deragliata in modo surreale, scambiando aggredito ed aggressore.</p>

<p> Una delle dittature più brutali e oppressive della storia, la Siria di Assad, inferiore di grado forse solo alla Corea del Nord, mentre bombardava la sua popolazione radendo al suolo interi palazzoni di grandi città, usando anche le armi chimiche del Gas Sarin, godeva del sostegno occidentale a sinistra perché schierata nel campo avverso agli USA. Così in Inghilterra la Coalizione “No War” alzava in piazza i cartelli con su scritto Giù le mani dalla Siria, rivolti all’imperialismo americano, mentre nei sobborghi di Damasco il clan alawita al potere gasava bambini col Sarin.</p>

<p>Così si è arrivati al momento in cui la Russia ha condotto per anni una offensiva di guerra ibrida in Occidente, condizionando l’opinione pubblica con strutture ben organizzate di data center, troll factory, spionaggio, corruzione di attori politici e giornalisti, creazione di blog, di partiti, etc. Quando il Cremlino ha deciso di invadere uno stato democratico che, se la cartina geografica non è un’opinione, fa parte dell’Europa, la sinistra occidentale (in particolare quella italiana) ripeteva a pappagallo tutte le fake news della Russia.</p>

<p>Per questo tutta la rete di disinformazione che la Russia aveva propagato nel periodo Covid a favore dei No Vax si è immediatamente trasformata in un piccolo esercito che urlava a gran voce le post-verità di guerra, con l’invenzione dei nazisti ucraini e la negazione delle stragi sui civili come a Bucha. Dopo anni di conflitto, dopo decenni di guerra ibrida russa e di operazioni di propaganda psicologica, esponenti del centro sinistra ripetono che non c’è nessun pericolo russo “in Europa”, derubricando forse l’Ucraina nel continente asiatico o in una Atlantide dei cattivi, nemici del Cremlino.</p>

<p> A questo scenario demenziale si è unita tutta l’estrema sinistra italiana, dai comunisti ortodossi agli anarco-insurrezionalisti. Dicono che non esiste nessuna resistenza in Ucraina all’invasione russa, e se esiste non è legittima, per questo o quell’altro motivo, per il tale libro di tale esponente con la barba vissuto a fine ‘800 che disse la tale cosa sulla guerra imperialista. E arriviamo così alla totale distorsione del concetto di bellicismo. Bellicista non è lo stato russo che da decenni si infiltra in popolazioni ritenute nemiche e fa stragi quotidiane sul campo, contro ogni convenzione o trattato internazionale. Belliciste sono le persone che resistono a stupri, bombardamenti, colonizzazione, rapimenti di bambini e altri crimini indicibili. Siamo ad un punto che con uno scatto di orgoglio possiamo e forse dobbiamo rivendicare questo orribile termine, quindi sì, il bellicismo è un male necessario, è una strategia di sopravvivenza.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/bellicismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:03:29 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Avanguardismo</title>
      <link>https://paper.wf/dizionario/avanguardismo</link>
      <description>&lt;![CDATA[Avanguardismo &#xA;&#xA;s. m. [der. di avanguardia]. – 1. a. Durante il regime fascista, lo spirito di audacia che avrebbe dovuto informare l’educazione della gioventù. b. L’insieme delle organizzazioni giovanili paramilitari fasciste. 2. L’atteggiamento ideologico ed espressivo della cultura artistico-letteraria nei movimenti d’avanguardia. 3. Più in generale, la tendenza ad assumere posizioni e atteggiamenti di avanguardia.  (Enciclopedia Treccani)&#xA;&#xA;Già nella definizione della Treccani di questo termine si richiamano i tempi della dittatura fascista, dello spirito di audacia che avevano portato dalle trincee della prima guerra mondiale gli arditi, spirito che sarebbe stato poi sfruttato e incanalato da Mussolini e dal suo movimento nella dittatura ventennale. L’avanguardia in effetti è un concetto militare e nasce dalle formazioni antiche che in battaglia avevano la funzione di affrontare il nemico nelle sue prime posizioni. &#xA;&#xA;Da qui nella retorica politica novecentesca questo termine si è trasferito ad una concettualizzazione dello scontro di classe. Le avanguardie del proletariato, il partito avanguardia della classe operaia, l’avanguardia del corteo nello scontro con la polizia, etc. Se esiste una avanguardia, in politica come nella tattica militare, ovvio che esistano le retroguardie come il corpo centrale di un esercito in battaglia o di un partito nell’agone politico.&#xA;&#xA; Così la cultura gramsciana in Italia ha privilegiato l’idea del bisogno di “casematte” e fortificazioni in una lunga guerra contro il capitalismo. Il Partito comunista, avanguardia e Principe machiavelliano, avrebbe dovuto costruire una serie di fortezze intermedie nella società italiana tali da sconfiggere la borghesia con la forza di un’egemonia insieme culturale e materiale, fatta da intellettuali, case editrici, ma anche da sindacati e associazioni sportive. In questo senso, una volta entrato il PCI nel gioco democratico nel quadro costituzionale, si è preferito demonizzare in concetto di avanguardia nella consapevolezza di quanto fosse lunga la marcia verso la conquista del potere, e quanto fossero pericolosi i gruppi che avessero tentato di forzare lo scontro con un nemico forte, astuto e potente.&#xA;&#xA; La critica per la verità nacque già con la fondazione del PCI, fin dalla svolta di Livorno seguente la rottura nel PSI. Di fronte alle squadracce fasciste e all’alleanza tra il movimento di Mussolini e la borghesia terriera e industriale italiana, il movimento operaio si trovò spiazzato e diviso su come reagire. Se Lenin da Mosca invitava il partito a prendere il potere, i dirigenti socialisti cercarono vie diverse più concilianti con gli altri gruppi non rivoluzionari. Entrambe le vie fallirono, ma ci fu un’esperienza, quella degli Arditi del Popolo, che fu lasciata da sola dai partiti rivoluzionari e riformisti nel fronteggiare le squadracce di Mussolini in un antifascismo di strada che fu bollato come avanguardistico.&#xA;&#xA; Gli Arditi del popolo avevano origine dallo stesso avanguardismo da cui traeva forza il fascismo emergente, quello appunto delle trincee dove i reduci della prima guerra mondiale avevano combattuto insieme e cementato uno spirito comune di solidarietà e di vita. Questo tipo di avanguardia sfuggiva all’idea che i dirigenti dei partiti del movimento operaio avevano della battaglia politica perché si mettevano prima delle scelte dei comitati centrali e non erano controllabili e direzionabili. Non possiamo sapere se gli Arditi del popolo, supportati da tutta la sinistra, avrebbero mai potuto sconfiggere sul campo i fascisti, come fecero a Parma guidati da Argo Secondari. Sicuramente questo allontanamento e questa scomunica non favorì l’antifascismo italiano dell’epoca.&#xA;&#xA; Riformulata la concezione gramsciana nel dopoguerra, sotto la guida di Palmiro Togliatti, dirigente cresciuto sotto l’ala protettiva di Stalin, il PCI aveva la presunzione di essere esso stesso l’unica avanguardia possibile, per cui al di là della costruzione delle casematte e dell’egemonia politica e culturale guidata dal Partito, ogni altra posizione più radicale sarebbe stata bollata come avventurismo, come avanguardismo infantile. Non è un caso se lo stesso Enrico Berlinguer, oggi santificato dalla cultura pop italiana, definisse in malo modo tutti i movimenti rivoluzionari che dal ‘68 al ‘77 hanno animato la società, sfociando anche nella scelta della lotta armata. In particolare tutto il movimento del ‘77 fu bollato dal leader comunista con i termini dispregiativi di “untorelli”, di sfascisti, di provocatori e così via. &#xA;&#xA;Nello stesso tempo, pur distaccandosi dalla burocrazia sovietica e prendendo le distanze dal PCUS, Berlinguer cercava di attuare con il compromesso storico un impossibile accordo con la Democrazia Cristiana, accordo che qualunque avanguardia, dall’autonomia operaia agli indiani metropolitani fino alle Brigate Rosse, non poteva mettere in discussione. Fu proprio il partito armato che con il sequestro Moro fece fallire il progetto del PCI e Berlinguer ripiegò fuori tempo massimo verso un progetto di alternativa che però era chiaramente monco del sostegno del PSI di Craxi, che era già rivolto verso la gestione della crisi postfordista con un progetto neoliberale in economia e reazionario nella gestione sociale (legge Martelli contro la prima immigrazione di massa e Legge Jervolino sulle droghe leggere e la carcerazione dei soggetti emarginati). &#xA;&#xA;Arriviamo così alla lunga fase di sparizione dei bastioni del movimento operaio che dal crollo del Muro di Berlino ad oggi segnano la nuova politica di “fine della storia” e di eternizzazione dello sviluppo capitalistico, sviluppo che comprende crisi, guerre e conflitti senza uno sbocco di un diverso modello di produzione. In questa fase è come se le avanguardie militanti di un tempo fossero state lasciate da sole a fronteggiare il nemico. Girandosi indietro, non ci sono più gli altri reparti dell’esercito, non c’è il corpaccione centrale e non c’è, come diceva il personaggio de Il Portaborse, nemmeno più la retroguardia.&#xA;&#xA; Sono sparite le casematte gramsciane e la battaglia dell’egemonia si è dissolta nel frammento della comunicazione social, gestita da pochi gruppi di multinazionali miliardarie o da stati dittatoriali che la utilizzano per le proprie operazioni speciali di psicologia di massa. Le contestazioni al G8 di Genova ci lasciano questa plastica rappresentazione di una avanguardia di generosə militanti in assedio alla Zona Rossa e di una Polizia che reagisce spietatamente senza freni di nessun genere, come se tutte le conquiste dello Stato democratico borghese, della Costituzione alla cui stesura parteciparono anche i partiti del movimento operaio, fossero sufficienti a fermare i manganelli e le pallottole dei Carabinieri. &#xA;&#xA;Certo, lo Stato italiano è sempre stato pieno di manovre stragiste dall’alto, di servizi più o meno deviati, di carabinieri che sparano sulla folla, ma dietro le avanguardie che fronteggiavano gli scudi della Polizia c’era tutto un mondo che le avrebbe sostenute o, molto più di frequente, tradite. Dopo la Fine della storia, alle avanguardie resta il compito improbo di tenere su uno scontro dall’esito tragicamente scontato e dal finale già scritto: proprio per questo, forse oggi sono più necessarie di ieri. Dietro di loro c’è un tessuto sociale che è sempre più frammentato, manipolabile, assoggettato ai voleri dello Stato-Impresa.&#xA;&#xA; Varrebbe certo la pena voltarsi indietro per vedere che cosa succede dietro le prime linee dello scontro, ma probabilmente il vero segno dei tempi è che se l’avanguardismo una volta si pensava fosse superfluo se non dannoso, oggi è diventato l’unico fattore di resistenza in grado di fronteggiare l’inesorabile catastrofe incombente. ]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Avanguardismo</p>

<p>s. m. [der. di avanguardia]. – 1. a. Durante il regime fascista, lo spirito di audacia che avrebbe dovuto informare l’educazione della gioventù. b. L’insieme delle organizzazioni giovanili paramilitari fasciste. 2. L’atteggiamento ideologico ed espressivo della cultura artistico-letteraria nei movimenti d’avanguardia. 3. Più in generale, la tendenza ad assumere posizioni e atteggiamenti di avanguardia.  (Enciclopedia Treccani)</p>

<p>Già nella definizione della Treccani di questo termine si richiamano i tempi della dittatura fascista, dello spirito di audacia che avevano portato dalle trincee della prima guerra mondiale gli arditi, spirito che sarebbe stato poi sfruttato e incanalato da Mussolini e dal suo movimento nella dittatura ventennale. L’avanguardia in effetti è un concetto militare e nasce dalle formazioni antiche che in battaglia avevano la funzione di affrontare il nemico nelle sue prime posizioni.</p>

<p>Da qui nella retorica politica novecentesca questo termine si è trasferito ad una concettualizzazione dello scontro di classe. Le avanguardie del proletariato, il partito avanguardia della classe operaia, l’avanguardia del corteo nello scontro con la polizia, etc. Se esiste una avanguardia, in politica come nella tattica militare, ovvio che esistano le retroguardie come il corpo centrale di un esercito in battaglia o di un partito nell’agone politico.</p>

<p> Così la cultura gramsciana in Italia ha privilegiato l’idea del bisogno di “casematte” e fortificazioni in una lunga guerra contro il capitalismo. Il Partito comunista, avanguardia e Principe machiavelliano, avrebbe dovuto costruire una serie di fortezze intermedie nella società italiana tali da sconfiggere la borghesia con la forza di un’egemonia insieme culturale e materiale, fatta da intellettuali, case editrici, ma anche da sindacati e associazioni sportive. In questo senso, una volta entrato il PCI nel gioco democratico nel quadro costituzionale, si è preferito demonizzare in concetto di avanguardia nella consapevolezza di quanto fosse lunga la marcia verso la conquista del potere, e quanto fossero pericolosi i gruppi che avessero tentato di forzare lo scontro con un nemico forte, astuto e potente.</p>

<p> La critica per la verità nacque già con la fondazione del PCI, fin dalla svolta di Livorno seguente la rottura nel PSI. Di fronte alle squadracce fasciste e all’alleanza tra il movimento di Mussolini e la borghesia terriera e industriale italiana, il movimento operaio si trovò spiazzato e diviso su come reagire. Se Lenin da Mosca invitava il partito a prendere il potere, i dirigenti socialisti cercarono vie diverse più concilianti con gli altri gruppi non rivoluzionari. Entrambe le vie fallirono, ma ci fu un’esperienza, quella degli Arditi del Popolo, che fu lasciata da sola dai partiti rivoluzionari e riformisti nel fronteggiare le squadracce di Mussolini in un antifascismo di strada che fu bollato come avanguardistico.</p>

<p> Gli Arditi del popolo avevano origine dallo stesso avanguardismo da cui traeva forza il fascismo emergente, quello appunto delle trincee dove i reduci della prima guerra mondiale avevano combattuto insieme e cementato uno spirito comune di solidarietà e di vita. Questo tipo di avanguardia sfuggiva all’idea che i dirigenti dei partiti del movimento operaio avevano della battaglia politica perché si mettevano prima delle scelte dei comitati centrali e non erano controllabili e direzionabili. Non possiamo sapere se gli Arditi del popolo, supportati da tutta la sinistra, avrebbero mai potuto sconfiggere sul campo i fascisti, come fecero a Parma guidati da Argo Secondari. Sicuramente questo allontanamento e questa scomunica non favorì l’antifascismo italiano dell’epoca.</p>

<p> Riformulata la concezione gramsciana nel dopoguerra, sotto la guida di Palmiro Togliatti, dirigente cresciuto sotto l’ala protettiva di Stalin, il PCI aveva la presunzione di essere esso stesso l’unica avanguardia possibile, per cui al di là della costruzione delle casematte e dell’egemonia politica e culturale guidata dal Partito, ogni altra posizione più radicale sarebbe stata bollata come avventurismo, come avanguardismo infantile. Non è un caso se lo stesso Enrico Berlinguer, oggi santificato dalla cultura pop italiana, definisse in malo modo tutti i movimenti rivoluzionari che dal ‘68 al ‘77 hanno animato la società, sfociando anche nella scelta della lotta armata. In particolare tutto il movimento del ‘77 fu bollato dal leader comunista con i termini dispregiativi di “untorelli”, di sfascisti, di provocatori e così via.</p>

<p>Nello stesso tempo, pur distaccandosi dalla burocrazia sovietica e prendendo le distanze dal PCUS, Berlinguer cercava di attuare con il compromesso storico un impossibile accordo con la Democrazia Cristiana, accordo che qualunque avanguardia, dall’autonomia operaia agli indiani metropolitani fino alle Brigate Rosse, non poteva mettere in discussione. Fu proprio il partito armato che con il sequestro Moro fece fallire il progetto del PCI e Berlinguer ripiegò fuori tempo massimo verso un progetto di alternativa che però era chiaramente monco del sostegno del PSI di Craxi, che era già rivolto verso la gestione della crisi postfordista con un progetto neoliberale in economia e reazionario nella gestione sociale (legge Martelli contro la prima immigrazione di massa e Legge Jervolino sulle droghe leggere e la carcerazione dei soggetti emarginati).</p>

<p>Arriviamo così alla lunga fase di sparizione dei bastioni del movimento operaio che dal crollo del Muro di Berlino ad oggi segnano la nuova politica di “fine della storia” e di eternizzazione dello sviluppo capitalistico, sviluppo che comprende crisi, guerre e conflitti senza uno sbocco di un diverso modello di produzione. In questa fase è come se le avanguardie militanti di un tempo fossero state lasciate da sole a fronteggiare il nemico. Girandosi indietro, non ci sono più gli altri reparti dell’esercito, non c’è il corpaccione centrale e non c’è, come diceva il personaggio de Il Portaborse, nemmeno più la retroguardia.</p>

<p> Sono sparite le casematte gramsciane e la battaglia dell’egemonia si è dissolta nel frammento della comunicazione social, gestita da pochi gruppi di multinazionali miliardarie o da stati dittatoriali che la utilizzano per le proprie operazioni speciali di psicologia di massa. Le contestazioni al G8 di Genova ci lasciano questa plastica rappresentazione di una avanguardia di generosə militanti in assedio alla Zona Rossa e di una Polizia che reagisce spietatamente senza freni di nessun genere, come se tutte le conquiste dello Stato democratico borghese, della Costituzione alla cui stesura parteciparono anche i partiti del movimento operaio, fossero sufficienti a fermare i manganelli e le pallottole dei Carabinieri.</p>

<p>Certo, lo Stato italiano è sempre stato pieno di manovre stragiste dall’alto, di servizi più o meno deviati, di carabinieri che sparano sulla folla, ma dietro le avanguardie che fronteggiavano gli scudi della Polizia c’era tutto un mondo che le avrebbe sostenute o, molto più di frequente, tradite. Dopo la Fine della storia, alle avanguardie resta il compito improbo di tenere su uno scontro dall’esito tragicamente scontato e dal finale già scritto: proprio per questo, forse oggi sono più necessarie di ieri. Dietro di loro c’è un tessuto sociale che è sempre più frammentato, manipolabile, assoggettato ai voleri dello Stato-Impresa.</p>

<p> Varrebbe certo la pena voltarsi indietro per vedere che cosa succede dietro le prime linee dello scontro, ma probabilmente il vero segno dei tempi è che se l’avanguardismo una volta si pensava fosse superfluo se non dannoso, oggi è diventato l’unico fattore di resistenza in grado di fronteggiare l’inesorabile catastrofe incombente.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://paper.wf/dizionario/avanguardismo</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Jul 2026 13:00:40 +0000</pubDate>
    </item>
  </channel>
</rss>