Frazionismo

s. m. [der. di frazione]. – Tendenza a creare scissioni in seno a un partito politico. (Enciclopedia Treccani)

Il frazionismo è una delle accuse più stabilmente ripetute nella storia della sinistra. Si punta sempre il dito contro le eterne divisioni nel campo progressista, foriere di sconfitte elettorali farsesche o drammatiche. Il PCI storicamente ha rappresentato il corpo centrale da cui uscire significava ricevere la scomunica, la pena di essere irrilevanti, extraparlamentari, fare il gioco del Nemico. Eppure è stato proprio il PCI a inaugurare la grande tradizione di scissioni del movimento operaio, perché l’epurazione delle correnti moderate del PSI chiesta da Lenin ai dirigenti italiani si trasformò nella creazione di un partito nuovo e contrapposto a quello originario.

Antonio Gramsci, padre spirituale della sinistra anche al giorno d’oggi, parlò appunto di questo “spirito di scissione” positivo, nel creare un cuneo di compattezza rivoluzionaria atto a replicare l’esperienza bolscevica di presa del potere. Gramsci poi sviluppò in carcere tutta una architettura teorica molto più sfumata e originale rispetto alla presa del potere, ma il punto di partenza sul frazionismo e la frase ad effetto sono sue, nonostante generazioni di gramsciani avrebbero accusato di frazionismo altre correnti comuniste nei decenni successivi.

Il frazionismo ha bisogno di una concezione di Partito-Chiesa, del centralismo democratico, entro le cui stanze chiuse vanno fatte le discussioni, per poi applicarle all’esterno come la volontà di un sol uomo. Così come la chiesa cattolica aveva riunificato tutte le scuole religiose sotto il dettato di un solo uomo-rappresentante di Dio in terra, tacciando di eresia chi non si sottomettesse alla sua parola, così nel marxismo-leninismo si è arrivatә alla insindacabilità della sintesi espressa dal segretario generale, che faceva riferimento a quello di Mosca, anche se sotto il suo regno del Terrore questi poteva ordinare la morte di migliaia di persone.

Il frazionismo può essere invocato anche in gruppi differenti, con diverse strutturazioni, anche più fluide e meno verticistiche del partito comunista classico. Anche qui può significare totem di scomunica, elemento di stop alle fughe in avanti, alle divergenze, alle deviazioni da una linea che si è costruita collettivamente o sotto l’impulso di un leader carismatico. Arrivo così al punto: il frazionismo può essere necessario quando la teoria si è riversa su se stessa, l’organizzazione si è resa inerte e burocratizzata, incapace di pensare a nulla, a nessun passo in avanti, se non nella auto perpetuazione della propria struttura.

Così è avvenuto nel Novecento per le grandi scissioni nelle varie frazioni o chiese del movimento operaio. Fughe dall’anarchismo di sintesi o sociale, dall’anarchismo collettivista, fughe dal marxismo-leninismo: nascita delle frazioni insuerrezionaliste, trotzkiste, individualiste, etc. Due grosse scissioni novecentesche mi sembrano particolarmente significative, perché hanno operato un dispositivo potente di rottura le cui eco si riverberano ancora oggi a decenni di distanza dai loro esordi. La prima rottura è quella del situazionismo, che nasce in Francia negli anni ‘50 e si sviluppa nel decennio successivo.

Chi leggesse il testo cardine di Guy Debord “La società dello spettacolo” ci troverebbe degli elementi esplosivi che misero in discussione tutte le fondamenta riconosciute della sinistra rivoluzionaria dell’epoca. Lungi dall’essere un libro sui media, sulla televisione, come si dice volgarmente nel dibattito politico attuale, La società dello spettacolo parte da una considerazione molto precisa, dirompente per quegli anni della guerra fredda e dello scontro Est-Ovest: entrambi i modi di produzione, sia quello capitalista occidentale che quello marxista sovietico, sono gestiti dall’asservimento al Capitale, che oggi si presenta nella forma più estrema di immagine, nel punto più alto di accumulazione e di sviluppo. Se nel capitalismo lo spettacolo è diffuso, nel comunismo realizzato il capitale-spettacolo è concentrato. L’opposizione tra la pluralità delle imprese private in concorrenza tra loro e l’economia pianificata nel piano quinquennale, è sostanzialmente fittizia. A questa analisi scioccante Debord aggiungeva una proposta politica fondata su un sistema politico consiliare internazionale, che riprendeva i filoni del socialismo non statualista. La grande scommessa del situazionismo non ebbe mai grandi riverberi diretti, ma si può dire che le sue intuizioni furono non solo profetiche, perché solo dopo tre decenni si sarebbe vista l’unificazione globale dei sistemi di produzione nell’attuale capitalismo postfordista globalizzato, ma furono anche seminali di tantissime pratiche sovversive diffuse in ogni dove.

La seconda rottura, anch’essa rivolta in modo potente nei confronti della chiesa marxista, è quella del femminismo italiano che possiamo leggere nell’opera di Carla Lonzi. Nel testo Sputiamo su Hegel, Lonzi mette la dinamite sotto tutti i bastioni della filosofia occidentale, denunciandola per quello che miseramente si rivela essere: un soliloquio di maschi bianchi, difensori del sistema patriarcale. Alla sinistra rivoluzionaria in pieno fermento viene detta una cosa sgradevole: noi donne non aspetteremo la nostra liberazione dopo la presa del potere, rimandandola all’avvento del socialismo. Il movimento femminista dovrà fare la sua battaglia in piena autonomia. Grandissima frattura questa, che provocò varie scissioni interne ai gruppi della sinistra extraparlamentare dell’epoca.

Questi due esempi di frazionismo ci parlano dell’esigenza di far saltare all’aria tutte le incrostature conservatrici e reazionarie di pensieri e pratiche che un tempo avevano rappresentato l’avanguardia dei movimenti rivoluzionari. Se non ci fosse stata questa attitudine di rottura, la palude teorica e politica si sarebbe perpetuata.