Individualismo
Ogni dottrina etica, sociale o politica che ponga a suo fondamento i diritti dell'individuo. In senso peggiorativo, la tendenza a far prevalere in modo eccessivo gli interessi individuali su quelli collettivi. (Enciclopedia Treccani)
La critica all’individualismo ha trovato corso agli inizi del movimento operaio nella contrapposizione tra le teorie del socialismo declinate in senso collettivista o comunitario e quelle anarchiche che portavano agli estremi le basi delle idee liberali di sviluppo libero dell’individuo e di riduzione delle prerogative statali nei suoi confronti. Più recentemente, la critica si è soffermata sulla figura dell’individualismo “proprietario” ovvero di quella figura ultra borghese che cerca godere in una società fortemente diseguale, come quella neoliberale, esclusivamente delle proprie prerogative.
Focalizzandomi sul termine individuo vorrei detournarlo al di là della sua connotazione limitata alla specie umana. Nel corso della storia della filosofia si è sempre discusso in termini prevalentemente apologetici delle caratteristiche essenziali di superiorità della nostra specie su tutte le altre. L’anima, il linguaggio, la capacità di avere una coscienza e una consapevolezza storica di sé: queste e altre caratteristiche sono state portate a fondamento di una separazione che oggi constatiamo essere operativa nella realtà del dominio sulle altre specie e incarnata nel linguaggio che separa gli “animali” da un lato e gli Uomini dall’altro in una dicotomia “essenzializzata”, resa filosoficamente binaria. Per quanto gli studi di Darwin abbiano dimostrato la discendenza della nostra specie da una linea evolutiva animale mista, tutt’oggi questa separazione viene ancora ritenuta giustificata da alcune caratteristiche intrinseche dell’umano.
Gli “uomini” sono ancora ritenuti superiori agli “animali”, non più per le vecchie teorie religiose creazioniste, ma con un persistente dogma di superiorità su cui peraltro si fonda la nostra cultura. Dalla filosofia di Cartesio si rende operativa una differenza radicale tra l’uomo che pensa e l’animale-macchina senza anima, mentre dalle successive elaborazioni ideologiche si propone una superiorità basata sull’uso del linguaggio, della parola, che si delinea in opposizione alle “bestie”: non dialoganti e quindi inferiori. Lo sviluppo delle scienze naturalistiche ed etologiche ci presenta oggi un quadro più complesso, attento nello scoprire le enormi ricchezze delle emozioni animali, del loro specifico linguaggio e della complessità delle loro differenze.
Resta tuttavia ben presente il fantasma della superiorità dell’umano, fantasma che possiamo declinare e cercarlo in una differenza specifica: è quella peculiarità umana che si manifesta in modo sempre più evidente davanti ai nostri occhi nella crisi climatica: “Con queste precisazioni possiamo ora porci la domanda decisiva che induce alla ricerca dello specifico dell’umano. L’ordine di zoè, seppur dinamico e soggetto a continue trasformazioni, non è mai stato definitivamente perturbato dall’attività di alcuna specie particolare. Se le cinque estinzioni di massa avvenute sulla Terra si sono manifestate senza mai trovare un responsabile interno alla rete trofica, dobbiamo chiederci come sia possibile che una specie apparsa duecentomila anni fa abbia potuto influire così tanto sul pianeta Terra, sui depositi geologici, sulla distruzione della biodiversità, sulla modificazione dei componenti dell’atmosfera. La specie umana in soli duecentomila anni (ma in pratica soltanto negli ultimi due secoli) ha sostituito circa la metà della biomassa del pianeta (dunque, della vita) con manufatti e con materiale inerte (dunque cancellandola). Proprio in questo consiste lo specifico dell’umano” [A.Sottofattori, Liberazione animale, Liberazioni n.54, p.26].
La specie umana è chiamata oggi urgentemente a riconoscere questo tratto distruttivo della sua storia, dando spazio alla possibilità, oggi pesantemente urgente, che la dinamica che ha operato per duecentomila anni in modo lineare possa essere interrotta e si possa invertire la direzione verso una convivenza della nostra specie assieme agli altri animali ed alla Terra in modo da non superare la “capacità portante”: “Una specie colonizzando un territorio, tende a crescere rapidamente approfittando delle abbondanti risorse offerte. In seguito alla pressione così generata, si osserva sempre un riequilibrio determinato dal sovraffollamento e dalla riduzione delle risorse vitali. Il ridimensionamento si stabilizza intorno al valore K con il quale si indica, appunto, la capacità portante: la numerosità di una determinata specie rispetto all’ambiente che la ospita.
Vi sono diversi modelli matematici per il calcolo di K, il primo dei quali è stato messo a punto dallo statistico belga Pierre Francois Verhulst” [A.Sottofattori, ivi, p.27]. A partire dalla domesticazione di alcuni animali, costruite le prime città-stato con la comparsa delle economie stanziali e delle guerre, fino alla creazione della mostruosità dei macelli industriali e degli allevamenti intensivi, non c’è stato un riconoscimento tra gli uomini e gli altri animali, così come non c’è stato e non c’è, all’interno della stessa specie umana, tra i colonizzatori e i colonizzati di ogni epoca storica: a prevalere è il processo di dominio, razzializzazione, uso della tecnologia ai fini dello sfruttamento e dello sterminio. Questo processo potremmo chiamarlo anche di “animalizzazione”, perché all’interno e all’esterno dell’umano, la soglia dell’animalità è sempre stata percepita come l’inizio della possibilità di rendere oggetto di dominio l’altrə.
Questo processo viene messo in pratica dai grandi sistemi di oppressione quali il capitalismo o il patriarcato: la norma sacrificale ha sempre visto gli animali come destinati a soccombere naturalmente in quanto inferiori. Lo specismo, dunque, opera sia come giustificazione ideologica del dominio umano che come macchina di smembramento dei corpi animali, in un insieme di dispositivi e di pratiche molto complesse che oggi costituiscono la cornice entro la quale si compongono le società nelle loro fasi produttive e riproduttive. Nei numeri di questa breve esposizione cercherò di proporre la genealogia di un determinato soggetto oppresso, detournando il femminismo di Carla Lonzi: l’inizio di ogni rivoluzione porta con sé sulla scena l’apparizione di un’ospite inattesa, una presenza imprevista che rompe l’idillio del continuum spazio-temporale dello sfruttamento infinito.
Oggi siamo arrivatə alla consapevolezza come questo tempo non sia realmente infinito: il pianeta sta per implodere, le élite immaginano un futuro distopico di isole di sopravvivenza per ultraricchi mentre tutto il reso del vivente affonda. Un altro futuro possibile ci parla invece di un pianeta dove ci sia spazio per tuttə le singolarità.