Spontaneismo

s. m. [der. di spontaneo]. – Propr., carattere di ciò che è spontaneo. In partic., nel linguaggio politico e sindacale del primo Novecento, la concezione e la prassi rivoluzionaria che afferma la priorità delle forme di lotta emergenti spontaneamente dalle masse rispetto alle direttive dei partiti e dei sindacati, ritenuti incapaci, in quanto organizzazioni burocratiche e centralizzate, di interpretare e dirigere efficacemente le spinte provenienti dalle classi lavoratrici e popolari; originariamente usato in senso polemico da Lenin per indicare una corrente del partito socialdemocratico russo, dopo la rivoluzione d’ottobre il termine è stato riferito a formazioni e movimenti che, partendo da varie posizioni ideologiche, hanno inteso contrapporsi al processo di istituzionalizzazione e burocratizzazione sia dei partiti comunisti del blocco sovietico sia, spec. a partire dagli anni Sessanta, di quelli europei: lo s. dei gruppi socialdemocratici russi del primo Novecento; la condanna leninista dello s.; lo s. dei movimenti studenteschi del 1968, di alcune formazioni della sinistra extraparlamentare. (Enciclopedia Treccani)

Il fantasma dello spontaneismo ha aleggiato per tutta la durata del conflitto messo in campo dal movimento operaio tramite le sue organizzazioni di vario tipo. La critica a una organizzazione rivoluzionaria non strutturata, episodica, si è basata su una idea non sempre resa esplicita: la conformazione del partito in aderenza mimetica alla forma di produzione egemone nella specifica fase storica. Più chiaramente: se la grande fabbrica della produzione fordista diventa il centro dello sviluppo del capitalismo, allora il partito comunista sarà l’immagine rovesciata della fabbrica, con i suoi dirigenti, i suoi quadri, i suoi militanti-operai da cui estrarre plusvalore politico. Ci sarà un brand, un programma di sviluppo, una serie di piani di produzione e di vendita per il consenso delle masse.

Nella fase successiva all’espansione massima del capitalismo keynesiano, quella della creazione della produzione just in time, del toyotismo, della fabbrica senza accumulo di scorte, arriva la crisi del partito che si era mimetizzato nel suo avversario-modello. Nascono anche delle teorizzazioni su come avrebbe dovuto adeguarsi la prassi politica antagonista in questa fase segnata dalla nascita dei network e dalla produzione reticolare, dall’importanza dei flussi e dei simboli nell’accumulazione di capitale. Si è dunque immaginato un modello di rete antagonista diffusa sui territori, di autonomia molecolare, e così via.

Tutte queste esperienze hanno avuto pregi e difetti, ma si sono confrontate con l’accusa di spontaneismo da parte di chi pensava che l’organizzazione politica dovesse essere portata avanti ancora mediante il precedente mimetismo dell’era della grande fabbrica. Tutti i naturali insuccessi dello scontro politico nella fase della globalizzazione, dal periodo di Seattle 1999 ai controvertici al periodo no global, sono stati giustificati dall’assenza della vecchia strutturazione capillare e verticistica, criticando come spontaneisti i movimenti di contestazione, incapaci di reggere lo scontro con il moloch capitalista. Si è riproposto su basi nuove tutto l’armamentario polemico che già Lenin aveva immaginato nel periodo di formazione del partito bolscevico, succeduto dalla critica al sindacalismo rivoluzionario e alle organizzazioni informali.

Che cosa resta oggi dello spontaneismo quando la fragilità dei movimenti e la difficoltà di tenuta delle persone militanti di fronte alla repressione richiama un plus di organizzazione e di progettualità collettiva? Come si diceva, lo spontaneismo novecentesco si è ibridato con le nuove formazioni politiche del nuovo millennio, rinascendo come alter-ego della fabbrica diffusa reticolare. Questo isomorfismo ha avuto grandi limiti perché si basava sullo stesso dispositivo meccanicista della supremazia del momento economico, a cui tutte le varie peculiarità devono essere sottomesse e orientate. Lo spontaneismo deve essere oggi sganciato totalmente da questo dominio del pensiero dell’homo oeconomicus, della funzione dominante e totalizzante che fa del mondo un lago da cui estrarre in maniera indifferenziata del plusvalore per reggere alle crisi determinate dalla concorrenza.

Gli e le zapatiste hanno lanciato una visione alternativa di modello organizzativo che recuperasse tradizioni ancestrali, situate in percorsi lenti di crescita, sfuggenti allo scontro diretto, plurali, sotto lo slogan per un mondo che contenga molti mondi. Il subcomandante Marcos si toglieva i passamontagna fino a mostrare che sotto non c’era più nulla, nessuna figura di leader indiscutibile che avrebbe dato ordini, che sarebbero saliti invece da un processo comunitario di elaborazione dal basso. Tutta la storia del movimento zapatista è stata aspramente criticata per aver derubricato la presa del potere, ma ha messo in luce dei fattori di emancipazione che erano restati ai margini nel discorso occidentale. Grazie alla generosità di questo percorso, così come in parallelo possiamo dire parimenti della esperienza delle donne curde, si sono poste le basi di nuove idee e pratiche di liberazione che possano parlare al futuro.

Spontaneismo può essere dunque immaginazione, riscoperta del passato, tensione al futuro togliendo i pesi dell’ortodossia del passato. Nuove avventure aspettano nuovi mondi da attraversare.