Il sogno della Grande Israele e la resistenza palestinese

Il progetto del governo Netanyahu, e più in generale quello della destra israeliana, emerge sempre più chiaramente dopo gli ultimi sviluppi della guerra in Medioriente: annettersi Gaza, la Cisgiordania, il sud del Libano e parte del confine siriano. Quello che poteva sembrare il sogno biblico della grande Israele, oggi si delinea con dei contorni sempre più netti all’orizzonte e da miraggio per estremisti e fanatici sta diventando argomento di dibattito politico.

Due sono gli elementi che hanno agevolato il concretizzarsi dei veri obiettivi di Netanyahu e soci.

Il primo è quello del 7 ottobre e dello sconsiderato attacco di Hamas ai civili israeliani. Possiamo pure minimizzare e giustificare i crimini del partito islamico, ma consideriamo un attimo la strategia costruita segretamente da Sinwar a cosa ha portato. Opposto al sogno della Grande Israele, Hamas coltiva specularmente quello di un unico stato palestinese a guida religiosa. Partendo da posizioni svantaggiate, con una Striscia di Gaza isolata dal resto dell’enclave governato dall’ANP in Cisgiordania, Hamas ha cercato di rompere questo isolamento con un attacco terroristico su vasta scala. Una toccata e fuga oltre confine e un ritorno tra la popolazione civile, nascondendosi nei tunnel sotterranei e tra i palazzi delle città della Striscia.

Questa tattica militare andrebbe considerata con maggiore onestà intellettuale da parte di chi, come il sottoscritto, è sempre stato dalla parte della Palestina ed è sceso in piazza dopo che Israele ha cominciato a radere al suolo Gaza. Hamas è un soggetto ibrido perché è assieme partito indipendentista, polizia, milizia e tante altre cose, ma non è mai stato un esercito regolare: non avendo divise e confondendosi volutamente tra la propria popolazione dopo l’attentato terroristico, ha utilizzato una tattica che chiamare spregiudicata è un eufemismo.

Di fronte a questa tattica, Israele ha deciso di radere al suolo tutta la Striscia, per togliere un vantaggio ad Hamas senza affrontare i miliziani corpo a corpo sul terreno. È emerso durante i mesi di bombardamenti come l’esercito israeliano considerasse legittimo ammazzare dieci civili per un solo combattente di Hamas, richiamando sinistramente altre situazioni che si credevano storicamente superate. Alla fine, dopo il massacro, Hamas è rimasta in piedi (seppur decimata), ma io mi vorrei un attimo mettere nei panni di un abitante di Gaza che non ha chiesto a nessuno l’azione del 7 ottobre e si è trovato invece tra i due fuochi dell’attacco israeliano e della polizia islamica.

La comprensibile volontà di difendere le persone palestinesi dal massacro a Gaza e dall’espandersi delle colonie in Cisgiordania non deve esimerci dal pensare che l’attacco terroristico di Hamas è stato da un lato disgustoso, con gli stupri e le ragazze uccise caricate sui camion, ma si è anche rivelato un disastro per la stessa causa palestinese. Se l’intento era quello di mettere l’uno contro l’altro, senza possibilità intermedie, la Grande Israele e il Califfato islamico, allora possiamo dire che per ora sta vincendo il progetto della Grande Israele.

Arriviamo così al secondo elemento che sta aiutando Netanyahu a realizzare il suo obiettivo storico di annettere i territori arabi e cioè il decisivo sostegno degli USA. Quando Israele ha iniziato a bombardare Gaza negli States c’era alla Casa Bianca Joe Biden. Il presidente americano ha subito sostenuto l’azione israeliana, ma via via che essa diventava più brutale e ci si avvicinava al voto, si è progressivamente allontanato dalle azioni più estremistiche del governo Netanyahu, pur non mettendo mai in discussione l’alleanza con Israele. Se Biden è stato chiamato, non so quanto a torto o a ragione, “Genocide Joe”, dovevamo ancora vedere arrivare il suo successore, Donald Trump. Con lui sono state superate tutte le remore della precedente amministrazione, finendo per attaccare direttamente l’Iran, il grande sostenitore e finanziatore di Hamas ed Hezbollah.

Apro un inciso sul credito che in Italia è stato dato a Trump prima della sua elezione da parte di 5 Stelle, rossobruni e soci. Non era tanto la pretesa di un “isolazionismo” di Trump a ingolosirli, quanto la speranza che il tycoon avrebbe consegnato l’Ucraina a Putin. Purtroppo per loro non è andata così, per il piccolo particolare che l’Ucraina non è un pupazzo manovrato in una guerra per procura: il paese è rimasto in piedi perché si regge sulla resistenza di milioni di persone. E quindi, per terminare l’inciso, Travaglio e soci sono rimasti con un palmo di naso, mentre nel frattempo Trump aiutava Israele a distruggere Gaza: bei difensori della causa palestinese, proprio. Chiusa parentesi.

Per ora, dunque, il sostegno americano al disegno della Grande Israele si è rafforzato, seppur resti ancora il mancato appoggio americano all’annessione della Cisgiordania governata dalla ANP, autorità governativa palestinese che di per sé è sempre stata vicina agli Stati Uniti. Questi ultimi, però, hanno sempre abbandonato i propri alleati minori, si chieda per esempio ai Curdi, per cui nulla toglie che nel prossimo futuro una amministrazione MAGA possa aiutare Israele ad annettersi la Cisgiordania.

Lo scenario attuale ci porta dunque a pensare a quello che potrà succedere a Tel Aviv e a Washington nel futuro, se prevarranno ancora le spinte estremistiche o un minimo di decenza e ragione. Chiudo facendo una breve considerazione sul movimento pro Palestina. Per difendere la causa di una popolazione accerchiata, spesso si è fatto finta di non considerare come Hamas fosse un problema anche per chi vuole la liberazione della Palestina. Il 7 ottobre aveva anche questo obiettivo, ovvero mettere tutti dietro la bandiera islamica. Anche per il futuro sarà difficile smarcarsi dall’abbraccio mortale del cosiddetto Asse della Resistenza, soprattutto se in Iran resteranno al potere i Pasdaran.

Finita questa fase storica, bisognerà però cominciare a ragionare sul come sostenere una resistenza meno impresentabile e compromessa con il terrorismo e coi peggiori regimi sanguinari, perché ne va dell’autodeterminazione della popolazione palestinese, nonché della stessa sopravvivenza della Palestina. Questo sganciamento dovrà fare i conti con la realtà di uno Stato di Israele che esiste e che non può essere eliminato assieme alla sua popolazione, come invece l’azione del 7 ottobre richiamava in nuce. Senza voler insegnare a nessuno come costruire il proprio movimento di liberazione, considerate pure le enormi difficoltà che affrontano le persone in Palestina, secondo me, per usare un’espressione da tifo calcistico, meritiamo di più.