La farsa di marzo e il trionfo di Gratteri
La campagna referendaria conclusasi con il successo del NO alla riforma della giustizia è stata una farsa oscena nella quale ha perso innanzitutto il senso del ridicolo di questo scalcagnato paese. Una innocua riforma di stampo liberale, che avrebbe riequilibrato le funzioni tra la magistratura inquirente e quella giudicante, è stata trasformata dai suoi sostenitori e dai suoi avversari in un distopico scontro nel quale entrambi i fronti ne hanno completamente travisato il senso.
La Meloni ha urlato con voce roca contro i giudici, che avrebbero liberato immigrati, stupratori, pedofili (e si suppone immigrati stupratori pedofili), quando il senso della riforma era tutt’altro, ovvero evitare che continuasse lo stillicidio di rinvii a giudizio avventati e conseguenti processi inutili e dannosi, con il PM e il GIP che vanno a braccetto. La premier ci ha aggiunto, per accentuare ulteriormente i toni farseschi, la difesa della “famiglia del bosco”, a cui i perfidi giudici avrebbero sottratto inopinatamente i figli. Letti i sondaggi negativi degli ultimi giorni, la Meloni ha cercato di “abbassare i toni”, forse consapevole di aver mobilitato più i suoi avversari che i suoi sostenitori: era troppo tardi ed è stata giustamente punita per il suo delirio forcaiolo.
Anche il fronte del NO ha operato una mistificazione completa del testo referendario, presentando la separazione delle carriere come il sogno della P2 di Licio Gelli, ipotizzando la creazione di un PM “super-poliziotto”, gridando allo sfregio della Costituzione antifascista, all’asservimento del potere giudiziario a quello esecutivo: tutte menzogne tanto lampanti quanto ripetute in massa dal comitato e dai partiti per il NO. Il capo di questa coalizione, il giudice ultra giustizialista Gratteri, noto per avere l’arresto facile e il primato di ingiuste detenzioni, si è lasciato però sfuggire la vera ragione della sua contrarietà alla riforma: con la vittoria del Sì, ogni PM sarebbe dovuto andare dal GIP “con il cappello in mano” a implorare il rinvio a giudizio dei suoi indagati. La stortura odierna della giustizia è proprio l’opposto di quanto paventava Gratteri: quasi tutte le indagini traballanti dei PM oggi si trasformano in processi, contro la legge vigente e contro la Costituzione, tanto sbandierata e citata ad cazzum.
Ingolosita da questa occasione, tutta la sinistra, dai cinque stelle al Pd, dalla CGIL a Potere al popolo, dai centri sociali ad AVS, insomma, tutta, tranne qualche esponente di provata fede garantista come l’ex sindaco di Milano Pisapia e uno sparuto gruppo di giuristi dignitosi, ha fatto blocco con Gratteri e l’ANM, rinsaldando quella alleanza con la magistratura che ha caratterizzato la politica italiana da Mani Pulite in poi. In questo scenario, a farla da padroni sono stati Travaglio e la sua creatura Giuseppi, entrambi ben foraggiati dal Cremlino. Poiché la Schlein ha dovuto sostenere senza imbarazzo che con la separazione delle carriere l’esecutivo avrebbe controllato la magistratura, si è consegnata mani e piedi all’egemonia politica sostanziale dei 5 stelle nella coalizione. Un minuto dopo la fine delle votazioni, infatti, Giuseppi si è intestato la vittoria e ha dichiarato aperte le primarie del campo largo. Dovesse vincerle, avremmo una opposizione che arriva al voto con un leader burattino di Putin.
Parlando di Putin non possiamo che concludere questo scenario desolante con i rimasugli dei gruppi di “movimento” e di sinistra radicale, che sono scesi in piazza sostenendo il “NO sociale”. Anche queste fazioni sono di fatto a rimorchio dei 5 stelle, avendo preso in mano la bandiera della difesa della Costituzione, del rispetto della magistratura e, ovviamente, della Pace, quella che si raggiunge solo arrendendosi al volere imperialista del Cremlino. Del resto il referendum era stato preceduto dal vergognoso voto di AVS contro il sostegno militare all’Ucraina. Ora la farsa è compiuta, con la Gen Z che è scesa in soccorso di Gratteri. Il giudice calabrese è il vero vincitore di questo referendum: è diventato ormai un fenomeno da Tik Tok e da trend social. Solo nella provincia di Reggio Calabria non l’hanno votato, forse memori degli arresti a strascico che faceva nelle sue indagini antimafia.