In altre parole

Il libro di Fabrizio Acanfora “In altre parole. Dizionario minimo di diversità” (edito da effequ) si propone come un ‘manuale di apertura mentale’, un abecedario di termini che parte da un presupposto preciso: le parole creano il mondo che è intorno a noi. Questa premessa di Acanfora mi sembra molto centrata, perché spesso il potere del linguaggio di costruire mondi viene sottovalutato. Oltre a questo, oggi purtroppo persiste la concezione conservatrice di una lingua immutabile, depositaria di tradizioni a-storiche e sacre da non scalfire. Un esempio lampante di questa ritrosia è ovviamente l’ostilità ancora diffusa che riscontra il linguaggio quando vuole scardinare la dittatura del maschile sovraesteso.

Centrale nel testo di Acanfora è la critica a concetti ambigui quali inclusione e integrazione: in queste strategie c’è ancora uno squilibrio di potere tra chi decide chi possa essere ammessə o meno nel contesto sociale, ritenendolə accettabile o assimilabile. In alternativa ci viene presentato il concetto di convivenza, che è più aperto ad una possibile coesistenza di soggettività diverse nello stesso ambiente di vita in maniera più egualitaria.

Altro perno del ragionamento dell’autore è la scardinamento della funzione della “normalità”. Questo concetto nasce storicamente nella statistica applicata all’astronomia e viene esteso nelle scienze sociali soltanto nell’Ottocento, quando nascono le istituzioni totali quali fabbrica, ospedale, carcere, manicomio etc. La ripetizione di determinate caratteristiche nella popolazione venne presa come riferimento mediano per una funzione di controllo sociale. In opposizione alla normalità troviamo invece nel dizionario di Acanfora la concezione della diversità, che possiamo applicare e declinare in varie situazioni e contesti.

La biodiversità è quella regola che governa il nostro pianeta nella sua totalità del vivente, dalle piante agli animali, e non c’è una mediana di normalità in nessuna delle sue espressioni. Così allo stesso modo la diversità in una stessa specie, quale quella umana, si contrappone alle rigidità normalizzanti identitarie e binarie a cui siamo abituatə. Attraverso uno spettro di infinite varietà, si dispongono le nostre differenze biologiche, neurologiche, di genere e così via.

Questo approccio costruzionista non nega le differenze ma le slega da binarismi e stereotipi ormai improponibili. Lo stereotipo, dice spesso Acanfora nel dizionario, è un espediente che la nostra specie ha creato per poter funzionare per semplificazioni immediate in alcuni casi di necessità. Questa funzione però diventa pericolosa quando la si estende a situazioni che sono più complesse e mutevoli, per cui il nostro giudizio diventerà per forza di cose influenzato dal modo di reagire che avevamo in passato e che ci serviva per affrontare sfide differenti.

Questo testo è del 2021 e da allora la tematica del linguaggio e delle identità sta diventando sempre più importante nel dibattito pubblico. Se da un lato si può notare un progressivo e strisciante miglioramento nell’apertura alla diversità, come può essere, per fare solo un esempio, il riconoscimento di soggettività quali quelle contenute nell’acronimo lgbtqia+, dall’altro lato abbiamo visto anche una difesa aggressiva delle identità binarie e del linguaggio tradizionale. Riducendo sesso e genere in un’unica sostanza essenzialistica, oppure immaginando un ideale di normalità ben definito, allontanandosi dal quale tutto diventa difettoso, abnorme, deviante, le destre sovraniste hanno attaccato a testa bassa il cosiddetto ‘woke’ aprendo violente campagne razziste, transfobiche e discriminatorie.

Per correttezza devo aggiungere che anche nel campo della sinistra o delle culture radicali la questione del linguaggio e del riconoscimento delle diversità non binarie talvolta viene frainteso. L’approccio costruzionista e la ricerca di Foucault sono criticati perché metterebbero in secondo piano quello che viene ritenuto il cuore dei problemi sociali, sia esso letto mediante una concezione economicistica della lotta di classe oppure tramite una difesa essenzialistica della natura umana contro ogni intervento cosiddetto trans-umanistico da parte del dominio tecnologico. Questi due approcci critici, ovvero lo zdanovismo del materialismo dialettico staliniano oppure il primitivismo anarchico anti tecnologico, sono uniti nell’attaccare, unitamente alle destre sovraniste, il riconoscimento che le soggettività non binarie producono attraverso un rinnovamento del linguaggio.

In questo senso trovo il libro di Acanfora molto utile per rispondere in maniera semplice e chiara a tante delle obiezioni che ho letto in questi anni: il suo dizionario minimo è uno strumento agile e importante per avere chiari tanti concetti che sono alla base di una lotta, quella dell’affrancamento dal dominio, che ha per forza di cose mille sfaccettature e mille rivoli. Il linguaggio è uno strumento potente che possiamo utilizzare in questa lotta.

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