La propaganda russa è un nostro nemico

La cosiddetta propaganda russa la possiamo definire come uno sforzo costante e variegato di operazioni di guerra ibrida che va avanti da anni e riguarda come target diversi paesi in tutto il mondo. Si va dalla costituzione di data center e troll factory al reclutamento di personaggi influenti nell’opinione pubblica, fino al finanziamento di partiti, associazioni, fondazioni, enti culturali.

Non dobbiamo immaginare il successo della propaganda russa soltanto come l’esito di un’operazione studiata a tavolino di infiltrazione di spie né come un ambito puramente casuale di influenza in determinati ambiti politici e sociali. L’operazione è stata sicuramente pianificata a livello militare, ma gode oggi anche di una propria autonomia conseguente al lavoro svolto nel corso degli anni.

“Nei fatti, l’establishment di sicurezza russo distingue fra tre livelli di “operazioni informative”: uno tattico per confondere le unità nemiche e guadagnare l’iniziativa militare; uno operativo e strategico per ‘ammorbidire’ le popolazioni dei Paesi in cui l’esercito russo opera e minimizzarne la volontà di resistenza; e infine uno politico e strategico a lungo termine per influenzare le élites di un Paese terzo” [https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/propaganda-il-quarto-potere-diffuso-di-putin-italia-34954]

In questo terzo livello di “operazioni informative” del regime putiniano si colloca tutta la sfera della propaganda russa con cui dobbiamo fare i conti anche nel nostro paese. Uno dei principali paesi obiettivo dello sforzo russo, infatti, è sicuramente l’Italia, dove una serie di fattori storici presentava un humus particolarmente favorevole a questo tipo di operazioni di propaganda, per cui si può dire che oggi sia impossibile distinguere quando queste opinioni siano frutto di fake news orientate direttamente da Mosca e quando invece siano frutto di un ambiente politico che abbia introiettato il discorso del regime putiniano e proceda autonomamente.

Su quali siano questi fattori storici di favore verso la Russia si è discusso molto in questi anni, soprattutto dal 2022 in poi. Riassumendo il dibattito, si può dire che la tradizione comunista italiana di apertura nei confronti della vecchia Unione Sovietica si sia prolungata, nel campo della sinistra largamente intesa, ad una concezione blanda e sfumata della dittatura putiniana in quanto presunta erede dell’avversione all’Occidente: da qui il favore verso i progetti di espansione dell’impero russo come quelli che abbiamo visto in Crimea o nel Donbass e più in generale nell’intera Ucraina.

Parallelamente, la Russia è diventata il centro attrattivo per le destre mondiali, ampiamente finanziate da Mosca, con l’ascesa un po’ ovunque di personaggi quali Le Pen, Salvini, Vannacci, ma anche Di Battista e lo stesso Giuseppe Conte. La difesa dei valori tradizionali cristiani contro il decadente Occidente lgbtq+ friendly, l’attacco feroce alle persone migranti, la propaganda No vax e altre campagne simili hanno unito numerose organizzazioni fasciste o populiste in tutto il pianeta. Abbiamo anche il fenomeno di gruppi politici che stanno a metà strada tra fascismo e vetero-comunismo e le declinazioni si sprecano tra rossobruni, euroasiatici e chi più ne ha più ne metta.

Quello che forse sfugge ad una considerazione più appropriata della propaganda russa è che a dispetto della sua retorica talvolta terzomondista e socialisteggiante, essa rappresenta il cuore della difesa di una delle fazioni più potenti del capitalismo globale. Il regime di Putin nasce dall’unione dell’apparato spionistico sovietico con le mafie emergenti post ‘89 e si realizza in un capitalismo finanziario che si espande e ramifica fino a influenzare le ultime recenti elezioni americane. Ovviamente, come tutti i vari tipi di capitalismo, anche quello russo ha le sue difficoltà e viaggia in una modalità di crisi permanente, acuita dalla disastrosa avventura del 2022. [https://it.euronews.com/my-europe/2025/06/12/guerra-in-ucraina-per-kiev-un-milione-di-perdite-russe-tra-soldati-uccisi-e-feriti] Bisogna tenere in mente che i grandi centri di potere economico legati alla criminalità organizzata sono da sempre transnazionali e utilizzano la retorica nazionalista o campista per coprire i propri traffici e legittimare le operazioni militari usate per rafforzarsi. Tutto questo apparato industriale ha sfruttato ampiamente la rete ormai sempre più centrale dei social media e dell’infosfera globale per declinare in ambito culturale i propri interessi di egemonia complessivi.

Tutto l’insieme di questa propaganda si concretizza dunque anche in un arcipelago di media che si traveste frequentemente da “controinformazione”. Il cortocircuito è evidente, per cui la tradizione libertaria dei movimenti di contestazione anticapitalista, di democrazia radicale e pacifista si sposa con una visione dei conflitti politici piuttosto orientata verso le ragioni del Cremlino. Media di informazione come l’Antidiplomatico, Come Don Chisciotte, Sinistra in Rete, L’indipendente, Peacelink e altri sono l’esempio della contiguità della “russosfera” con questa informazione pseudo “alternativa”. A loro si uniscono canali più mainstream come Limes e Il Fatto Quotidiano, che sposano acriticamente tutta la lettura faziosa del conflitto in corso proveniente dal potere criminale russo. In particolare Limes, la nota rivista di geopolitica, è legata a Gazprom da vent’anni.

Nello scenario televisivo italiano poi abbiamo assistito al fenomeno degli opinionisti fissi nei talk-show delle reti pubbliche e private. I vari Alessandro Orsini, Michele Santoro, Donatella Di Cesare, Marco Travaglio e soci hanno avvelenato il dibattito sul conflitto in Ucraina sposando le tesi del Cremlino in ragione di una presunta spiegazione della “complessità dello scenario” che guarda caso si allineava in maniera pedissequa con gli slogan di Mosca: il caso più clamoroso rimane quando il 21 febbraio 2022 questi personaggi affermavano con sicumera come la Russia non avrebbe mai invaso l’Ucraina e che l’ipotesi non fosse altro che una fake news americana.

Qualcuno diceva che una bugia ripetute centinaia di volte diventa di fatto una verità. Gli slogan totem della disinformazione filo putiniana fanno da sfondo al dibattito politico italiano. L’espansione della NATO che avrebbe causato la reazione difensiva russa, “costretta” a invadere l’Ucraina, tesi spiegata con tanto di cartina geografica dal comico Maurizio Crozza nel suo show televisivo. Lo storico Alessandro Barbero che sostiene come la Russia non voglia assolutamente l’annientamento dell’Ucraina (forse i missili che cadono sui civili da quattro anni sono solo un segnale distensivo) e che la Crimea sia russa. Le vere “cause remote del conflitto” che sarebbero da ricercare nel “Golpe” di Euromaidan. L’Europa che avrebbe potuto evitare il conflitto mediando invece che aiutando il paese aggredito. Queste e altre considerazioni bandiera della propaganda russa vengono spacciate ogni giorno a reti unificate come verità inconfutabili.

Lo slogan di una delle campagne filo putiniane nel nostro paese, finanziate dal mondo neofascista ma riprese anche dalla sinistra, recita che “Il popolo russo non è un mio nemico”. Sicuramente si può dire che la prima vittima della feroce dittatura nazi-mafiosa di Putin sia la libertà nel suo paese, per cui chiamare in causa il popolo russo in difesa degli interessi dell’imperialismo statale è un artificio retorico a dir poco ridicolo. Se il popolo russo non è un nostro nemico, la propaganda russa è un nostro nemico. Non è sufficiente tirare in ballo le contraddizioni della stampa liberale italiana, quando la stampa critica la propaganda russa: se Repubblica, Il Foglio o altre testate simili sono in grado di smentire qualcuna delle tante fake news russe non dobbiamo guardare il dito della stampa liberale ma la luna del dominio criminale putiniano.

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