La vegetariana

Mi ero promesso da tempo di leggere questo libro della scrittrice coreana premio Nobel Han Kang, ma poi mi era passato di mente, fino a che non mi sono trovato seduto accanto alla piccola biblioteca di un bar nel quale ero capitato per un laboratorio sui tarocchi. Aperte le pagine dell’edizione Adelphi, l’incipit mi ha impressionato:

“Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere di lei. Mentre si avvicinava al tavolo dove la aspettavo, non potei fare a meno di notare le sue scarpe: un paio di scarpe nere, le più banali che si possano immaginare. E quel suo modo di camminare, né veloce né lento, a passi né grandi né piccoli”.

Colpito dal tono della voce narrante, un marito che considera sua moglie insignificante e mediocre, un corpo che si muove nello spazio senza nessuna caratteristica particolare, anonima e dall’aria “timida e giallognola”, ho continuato la lettura a casa. La descrizione della protagonista, la docile casalinga Yeong-hye, si interrompe in un immediato colpo di scena: la donna, in seguito a un sogno, decide di abbandonare il consumo di carne. Diventa così vegetariana, termine che viene usato dall’autrice alla stregua di quanto fa Carol J. Adams in “Carne da macello”, comprendendo nel vegetarismo anche l’esclusione dei derivati animali come latte e uova: nei fatti la vegetariana si sarebbe potuta chiamare anche la vegana.

Questa scelta appare subito perturbante e foriera di conseguenze, che leggiamo dalle reazioni delle persone che stanno vicino alla protagonista: “La vegetariana si limita a raccontare della svolta dietistica di Yeong-hye, una casalinga mansueta che a causa di un sogno svuota il proprio congelatore di tutte le scorte di carne. Lo fa escludendola, privilegiando tre punti di vista insensibili alla sua scelta: il marito, il cognato, la sorella, tutt’e tre principalmente preoccupati dagli effetti di questa novità sulla propria vita”. [https://ghinea.substack.com/p/la-ghinea-di-novembre]

Nessuna delle persone che sono vicine a Yeong-hye, infatti, riesce a capacitarsi della sua decisione: non la capiscono, ne soffrono, vorrebbero intervenire per il suo stesso bene. In questi approcci a volte accorati a volte violenti, emerge innanzitutto la prepotenza dello sguardo maschile sulle (persone socializzate come) donne nella nostra società. Il marito perde anche quel grigio interesse formale che aveva per la moglie, dettato esclusivamente dall’espletamento dei ruoli sociali e di genere che eseguiva per il proprio appagamento; il padre, un veterano della guerra in Vietnam, cerca subito di forzare il desiderio della figlia intervenendo con misure spicce. Per entrambi il capriccio di Yeong-hye non ha senso, e del resto lei stessa dice loro che non possono capire.

Ma qual è la natura del sogno che porta la protagonista a diventare vegetariana/vegana? È qualcosa di potente e viscerale, un intervento che sconvolge il corpo della donna, che è costretta a riconsiderarlo radicalmente:

“Un grumo formato da urla e gemiti aggrovigliati, intrecciati fra loro uno strato dopo l’altro. È per la carne. Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere”. p.46

Nella seconda parte del libro entra in scena il cognato di Yeong-hye, un artista mediocre, che viene subito attratto dalla metamorfosi della donna. Questa attrazione è ambigua, il fascino del divenire vegetale, pianta e albero della protagonista viene recepito, da un punto di vista maschile, come oggetto di possesso. Come nel mito della metamorfosi di Dafne in albero di alloro raccontato da Ovidio e rappresentato dal Bernini, [https://www.studiarapido.it/apollo-e-dafne-di-gian-lorenzo-bernini/] quando Dafne si trasforma in arbusto per sfuggire all’inseguimento di Apollo, che vuole possederla, la metamorfosi è una via di fuga (vana) dal dominio maschile nei confronti della natura. Tutti gli interventi nei confronti della protagonista, dunque, radicalizzano il processo in atto nel suo corpo. Il cognato si eccita nel vederla nuda e dipinta di fiori, con la voce narrante (questa volta esterna ai personaggi) che osserva:

“Era un corpo da cui era stata gradualmente eliminata ogni superfluità. Mai prima di allora i suoi occhi si erano posati su un corpo del genere, un corpo che diceva tanto pur essendo soltanto se stesso”. p.79

Nella terza e ultima parte, infatti, l’unica persona che sembra avvicinarsi più delle altre alla metamorfosi di Yeong-hye è la sorella, che ha impresse nella memoria le scene di violenza familiare esercitata dal patriarca veterano di guerra. Anche la sorella cercherà di fermare il processo di divenire-albero, ma con uno sguardo decisamente meno violento e possessivo:

“È il tuo corpo, puoi trattarlo come ti pare. L’unico territorio in cui sei libera di fare come preferisci. Ma anche questo non va come volevi” p. 154

Il libro, che è valso alla scrittrice coreana un riconoscimento internazionale, affronta in modo radicale delle tematiche che il femminismo ha saputo cogliere e legare tra loro: lo sguardo maschile, la violenza patriarcale, il rifiuto della violenza sugli altri animali, la sofferenza insita nella trasformazione di un corpo che non vuole essere più visto come un mero oggetto. Se la società è organizzata per banalizzare il possesso sui corpi femminili, allora ogni via di fuga non potrà che sembrare legata a qualche forma di disturbo mentale, di malattia, di nevrosi. La scienza, si sa, è in larga parte asservita al dominio patriarcale, per cui nel romanzo i medici si dibattono inutilmente al capezzale di Yeong-hye, incapaci di comprendere l’essenza del suo gesto di fuga dal corpo incarnato: un gesto di liberazione.

La lettura di questo libro mi ha molto colpito, per la crudezza delle immagini e per il contenuto che parte da una scelta di vita che condivido con la protagonista del romanzo. Viviamo in una società che ha reso industriale e standardizzato il massacro giornaliero di miliardi di animali per il consumo umano. A fronte di questa “normalità”, una dieta vegetale viene vista ancora con sospetto. È del 2015 l’ordine di un giudice a una madre di far mangiare carne al proprio figlio almeno una volta a settimana: https://www.thelocal.it/20150528/italian-court-orders-mum-to-feed-child-meat

Chiudo questa breve recensione pensando ai miliardi di anime di mucche, polli, galline, pesci che non vediamo, non consideriamo, così come il cognato di Yeong-hye vedeva nel corpo della donna un oggetto sessuale da possedere o uno spunto per la sua arte maschile, una tela da dipingere. Non vediamo queste anime, non le riconosciamo, ma la violenza esercitata su di loro si accumula, si coagula nella nostra società come un enorme blocco che non può che avere nefaste conseguenze anche sulle nostre vite, dentro i nostri corpi.

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