Portobello
La serie TV di Marco Bellocchio sul “Caso Tortora” l’ho trovata molto precisa e dettagliata, quasi dolente nel descrivere il calvario del presentatore televisivo, con una ricostruzione che appare anche un po’ troppo didascalica rispetto a quanto accaduto, tranne rari sprazzi di estro immaginifico del regista che vediamo nella prima puntata. Il resto della narrazione scorre come mi aspettavo: la vicenda di Tortora è già alquanto delirante e surreale di suo e Bellocchio non aveva bisogno di caricarla di altri particolari morbosi e d’impatto.
Che Italia è quella che viene riassunta nelle puntate di Portobello? Un paese cialtrone e feroce, dove efferati criminali improvvisamente pentiti si incontrano con una casta, quella dei giudici, che non riesce e non vuole cogliere in nessun modo la falsità del loro pentimento. Pur di portare a casa il primo grande “Maxiprocesso” della storia italiana, sono disposti a dare credito, senza fare nessun tipo di riscontro, alle dichiarazioni di personaggi che sembrano inventati dalla penna di uno scrittore in vena di calcare la mano sui loro tratti più farseschi. Pasquale Barra detto “O’ animale”, Giovanni Melluso detto “Johnny il bello” o “Johnny cha cha cha” che dir si voglia, Pasquale Pandico detto “O’ pazzo”: questi personaggi sono veramente esistiti, i giudici li hanno vezzeggiati e accuditi mentre tiravano giù con loro nell’inferno carcerario il noto presentatore televisivo.
Siamo in un periodo storico, quello dei primi anni ‘80, nel quale l’Italia è piena di contraddizioni e contrapposizioni molto violente. Le disuguaglianze sociali sono molto forti, mentre la fabbrica fordista comincia a sfaldarsi, portandosi con sé il movimento operaio che aveva tenuto su, nel bene e nel male, la prima Repubblica. Con l’aprirsi della crisi della Fiat e con la fine della stagione della lotta armata, il potere democristiano raggiunge i suoi obiettivi, ma si trova di fronte il vuoto: senza più avversari, con l’URSS che va disfacendosi sotto il peso del decadimento del suo sistema produttivo obsoleto, esso ha i giorni contati. La sua vittoria segnerà la sua fine. Due nuovi protagonisti, nei giorni del caso Tortora, si affacciano all’orizzonte, quei protagonisti che faranno nascere la Seconda Repubblica: due poteri, quello legalitario e giustizialista dei magistrati e quello ultra capitalista della società spettacolare delle televisioni private. Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi, per fare due nomi.
Nello spazio di interregno, (in questo caso tra Prima e Seconda Repubblica) come segnalava Gramsci, si manifestano i mostri. Le guerre di camorra devastano la Campania: la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo contro la Nuova Famiglia, centinaia di morti sulle strade. L’eroina distrugge e si porta via una generazione, mentre il Partito Socialista Italiano, il primo riferimento storico della classe operaia di questo paese, vista la disgregazione del vecchio mondo, passa in maniera spregiudicata e cinica dalla parte dei vincitori, dei ceti in ascesa. Il primo presidente del consiglio socialista sarà il primo a scandire le parole forti della nuova destra neoliberista in arrivo: decisionismo, guerra alla droga, controllo dell’immigrazione. Un anticipo di quello che vedremo nei decenni successivi: una volta che non è più la fabbrica ad essere fonte di problemi e di conflitto per il potere, è opportuno che il controllo passi sulla totalità della società, come avevano previsto Foucault e Deleuze.
Mi sono forse allontanato un po’ troppo dalla vicenda di Tortora per come viene raccontata da Bellocchio. I giudici che condannano in primo grado il presentatore di Portobello applicano un codice penale che è figlio diretto del fascismo. Nel processo vanno portate le prove a discapito dell’imputato e non quelle a favore della sua condanna. I giudici inquirenti e quelli giudicanti, come si vede in alcune scene, vanno a braccetto. Dopo 40 anni, alcune cose sono cambiate ma altre sono rimaste le stesse. Forse oggi le accuse dei pentiti contro Tortora sarebbero state verificate con più attenzione, evitando la tragedia personale al presentatore.
Il sistema carcerario italiano, invece, resta un inferno e in proporzione alla violenza della società italiana degli anni ‘80 forse è ancora più brutale. Basterebbe dire che all’epoca non si raggiunsero mai cifre come quelle attuali di persone detenute, con l’espansione ipertrofica di decine di nuovi reati e l’utilizzo della carcerazione come controllo della nuova struttura produttiva, che è centrata sullo sfruttamento del lavoro migrante. Non per niente, la percentuale delle persone detenute di origine straniera è imparagonabile a quella della loro effettiva presenza in questo paese (28% delle custodie cautelari) e per il preciso motivo della razzializzazione del controllo mercato del lavoro. La legge Martelli aprì quel filone normativo punitivo delle migrazioni che si è poi sviluppato con le norme della Turco-Napolitano, della Bossi-Fini, dei decreti sicurezza del Conte I e oggi di Meloni.
In questo scenario, il ruolo della magistratura resta fortemente ancorato ad alcune storture che emersero nel processo Tortora. Le procure continuano a produrre teoremi di dubbia veridicità, nonostante la riforma Cartabia abbia scritto la necessità della “ragionevole previsione di condanna” (nuovo art. 408 c.p.p.) per il rinvio a giudizio.
“Il dato più rivelatore è quello sulla qualità dell’azione penale esercitata. Come emergeva già dalla ricerca precedente, le iscrizioni a carico di noti sono cresciute enormemente — da 334.649 nel 2003 a 624.461 nel 2021 — ma questo aumento di volume non ha prodotto più condanne. Al contrario: le assoluzioni nel merito nei procedimenti a citazione diretta sono cresciute dal 23% nel 2012-2013 al 39% nel 2019, mentre parallelamente diminuiscono le richieste di archiviazione.” https://www.riotzoma.net/2026/03/26/perche-ho-annullato-la-scheda-sul-referendum-per-la-giustizia/
La presenza nei due schieramenti politici di una medesima cultura giustizialista e forcaiola non fa certo sperare bene per il futuro. L’eredità migliore di Enzo Tortora resta a mio parere quella che gli fece dire pubblicamente, una volta assolto e tornato in televisione, come il suo caso non fosse che uno tra i molti della mala-giustizia all’italiana. In questo la lezione della sua vicenda resta attualissima, perché ancora oggi il codice penale repubblicano risente dell’influenza di quello di Rocco dell’epoca fascista e il carcere è diventato sempre di più uno strumento terribile di gestione dello sfruttamento e di controllo repressivo di ogni possibile miglioramento della nostra società.
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